Ciclismo

La nuova vita di Vincenzo Nibali

di Maristella Panepinto

Pubblicato 2 anni fa

A Vincenzo Nibali ho fatto le prime interviste.

Lui era un ragazzino serio e determinato. Correva e vinceva nelle domeniche del ciclismo per i giovani dilettanti.

Al Giornale di Sicilia, Filippo Mulè, colonna della redazione sportiva e appassionato di bicicletta, aveva fiutato nel giovanissimo messinese la stoffa del campione e mi aveva detto di tenerlo d’occhio. Ero appena ventenne e la mia gavetta consisteva nell’impilare classifiche calcistiche e nel seguire le gare ciclistiche dei giovani, cosa che mi piaceva parecchio, considerata la mia passione sfegatata per la bicicletta.

Con Nibali iniziammo una rapporto giornalistico che durò almeno un paio d’anni: lui educato senza mai sbavature, intelligente, saggio manco fosse già adulto.

Era al tempo nemico-amico di un’altra promessa mantenuta del ciclismo, il palermitano Giovanni Visconti, che rispetto allo Squalo, nelle interviste aveva un simpaticissimo piglio da guascone.

La volta che intervistai Claudio Chiappucci, Nibali mi disse: “Beata te, mi piacerebbe conoscerlo!”

Passo poco e il ciclista messinese entrò nell’iperuranio della celebrità. Diciotto stagioni, passate a inanellare vittorie da campionissimo. Vince la Vuelta, due volte il Giro d’Italia e una il tour de France, si incorona anche sulla Milano – Sanremo. Ha un palmarès da eroe dello sport e torna in Sicilia a pochi mesi dall’annuncio del ritiro dalle gare.

L’occasione sono i Gazzetta sport Days. Nibali riceve a Segesta l’Oscar Gazzetta per lo sport e il giorno dopo eccolo a Palermo, per un talk show nel quale ripercorre la sua vita, dagli esordi da ragazzino sulle strade siciliane fini a oggi, trentotto anni, la maggior parte dei quali passati in sella. Fa un certo effetto rivedere Vincenzino in abiti borghesi e pensare immediatamente: non lo ricordavo così alto, forse perché, di fatto, quando l’ho conosciuto era ancora un ragazzino, doveva ancora crescere.

Vincenzo Nibali ha sempre il piglio educato e la favella sciolta. Solo l’accento è cambiato, prima era marcatamente messinese, ora non più. Sarà per i lunghi anni passati in Toscana prima e all’estero in seguito.

“Diciotto stagioni, lascio le gare ma non il ciclismo. Sono già alla guida di una nuova squadra di livello professionale.”

Tanti successi, ma ci sarà un rimpianto?

“È mancata una medaglia olimpica, sfiorata nel 2016 a Rio de Janeiro per un incidente quasi sul finale. Quello sì, è un mio rimpianto.”

E sui grandi eroi ciclistici del passato?

“Mi è rimasto il rimpianto di non aver visto dal vivo Marco Pantani. Avrei voluto gareggiare con lui, non per tentare di batterlo, ma per vederlo sui pedali. Se era un’emozione già vederlo in tv, immagino dal vivo come era la pedalata di Pantani.”

Lo sport per i piccoli?

“Importantissimo, io ho iniziato giovanissimo, mia figlia Emma, otto anni, fa nuoto sincronizzato, promette bene perché ha volontà ed è competitiva, caratteristica che nello sport non guasta.”

E il collega Giovannino Visconti?

“L’ho chiamato ieri per farmi consigliare un posto dove mangiare a Palermo. Siamo stati per una vita nemici-amici, sia da ragazzini sulle strade palermitane, sia da professionisti sui circuiti italiani e internazionali. Ora ci godiamo la reciproca stima e un’amicizia ormai lunghissima”.

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