Giudiziaria

Al magistrato Graziella Luparello il premio europeo della giustizia “Beato Rosario Livatino”

Nella motivazione della Commissione giudicatrice si evidenziano l'impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, nelle misure di prevenzione patrimoniale e nelle confische

Pubblicato 44 minuti fa

Si è svolta a Roma la seconda edizione del Premio Europeo della Giustizia “Beato Rosario Livatino”. L’iniziativa, ospitata a Palazzo Maffei-Marescotti – sede della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV e del Consiglio Centrale di Roma della stessa società – ha ricevuto i patrocini del Parlamento europeo, della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), dell’Osservatorio Finanziario Europeo Antimafia ed Antiterrorismo (OFEACT) e dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI).
L’iniziativa, ideata dal professor Claudio d’Alelio Marescotti (supervisore generale OFEACT) in collaborazione con il Consiglio Centrale di Roma della Società San Vincenzo De Paoli, intende richiamare i valori della tutela dei più deboli, della legalità e del coraggio civile. La figura di riferimento è il magistrato siciliano Rosario Livatino, nato a Canicattì nel 1952, entrato in magistratura nel 1978 e ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 mentre si recava in tribunale. Proclamato Beato il 9 maggio 2021 e indicato come Patrono dei magistrati italiani il 7 ottobre 2026, Livatino ha svolto il proprio lavoro in Sicilia distinguendosi nel contrasto alla criminalità organizzata e nella confisca dei patrimoni illeciti.
I momenti centrali della giornata hanno compreso la celebrazione della Santa Messa e un dibattito coordinato dalla giornalista Maria Elena Capitanio. Al confronto hanno preso parte: Giovanni Salvi, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio e già procuratore generale della Corte di Cassazione; Antonio Balsamo, presidente della Corte d’Appello di Palermo; Giuseppe Tango, presidente della Sezione di Palermo dell’ANM; e Paolo Bruno, coordinatore delle procedure di infrazione al diritto UE presso la Direzione generale Giustizia della Commissione europea.
Durante la cerimonia sono stati assegnati quattro riconoscimenti a professionisti che si sono distinti nel contrasto all’illegalità, nella tutela dei diritti e nell’informazione.
Tra i magistrati premiati, la dottoressa Graziella Luparello, in servizio al Tribunale di Caltanissetta come Giudice per le Indagini Preliminari e per l’Udienza Preliminare, è stata l’unica rappresentante della funzione giudicante. Nella motivazione della Commissione giudicatrice si evidenziano l’impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, nelle misure di prevenzione patrimoniale e nelle confische, oltre all’attività didattica svolta per la Scuola Superiore della Magistratura e alle collaborazioni con l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati.
Insieme a lei sono stati premiati per la funzione requirente la dottoressa Federica La Chioma, della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, e il procuratore di Marsiglia Nicolas Bessone. Per il settore del giornalismo d’inchiesta il premio è andato alla giornalista Maria Gabriella Ricotta, autrice e regista del docufilm “1992 Falcone e Borsellino il fuoco della memoria”, prodotto per l’Università degli Studi di Palermo.

Nel corso del suo intervento, la dottoressa Graziella Luparello ha pronunciato le seguenti parole:
“Grazie. Ringrazio innanzitutto tutti coloro che hanno organizzato questo evento, perché questi incontri, questi eventi, queste premiazioni concorrono ad alimentare la memoria collettiva intorno ad una figura simbolica per la magistratura, quella di Rosario Livatino, simbolo veramente di alta professionalità, di rettitudine, di onestà intellettuale.
Giudice giusto e quindi giudice solo, Livatino, colui che ha segnato la traccia del cammino di ogni magistrato: essere credibile. La credibilità passa spesso attraverso le notti insonni trascorse a capo chino sui fascicoli. La credibilità passa attraverso l’esercizio estenuante della logica, che ti ancora saldamente ai fatti al di là di suggestioni politiche o ideologiche. Passa attraverso la comprensione e decodificazione delle forze esogene che tra depistaggi e controdepistaggi, vogliono indirizzare la mente del giudice in quelle aree torbide dove la ragione si rifiuta di navigare.La credibilità passa anche e soprattutto attraverso il rifiuto del compromesso, del più clamoroso pactum sceleris basato sul comune mercimonio della funzione pubblica, a quello più sottile e più sommerso, e perciò più insidioso, della silente compiacenza, indotta anche semplicemente dal comodo adagio. Diceva Calamandrei nell’Elogio dei giudici scritto da un avvocato: “Il vero pericolo per il magistrato non viene dal di fuori; è un lento esaurimento interno delle coscienze che le rende acquiescenti e rassegnate, una crescente pigrizia morale, che sempre più preferisce alla soluzione giusta quella accomodante, perché non turba il quieto vivere e perché la intransigenza costa troppa fatica”.Quando si parla di rettitudine e solitudine, che non è nichilismo sociale, ma inibizione rispetto ai rapporti sociali compromettenti, la memoria corre lesta a figure come quella di Antonio Balsamo, presidente della Corte d’Appello di Palermo, che per me resta e resterà sempre il già presidente della Corte d’Assise di Caltanissetta, quando in questa veste presiedette i processi sulle stragi di Capaci e Via d’Amelio, avendo avuto il coraggio per la prima volta di scrivere nelle motivazioni delle rispettive sentenze che quegli eccidi non furono solo stragi di mano mafiosa, ma furono tanto altro, recando in primis i segni chiari di interferenze da parte di istituzioni deviate. E sul punto volutamente mi fermo e mi autocensuro per ovvie ragioni di dovere istituzionale. E se parliamo di credibilità, ritengo che un giudice debba prepararsi ad affrontare una nuova sfida. Nell’era dell’applicazione dell’intelligenza artificiale al settore della giustizia, il giudice dovrà battersi perché l’esito del giudizio conservi comunque la sua umanità. La sua umanità, pur con il suo intrinseco carico di errori, non può che garantire una giustizia più giusta rispetto a quella partorita da un algoritmo informatico che non conosce e non può conoscere il carico di algesia e di sofferenza portato a fatica da tutte le parti private del procedimento. Sofferenze che rischiano l’evaporazione al contatto con una giustizia numerica, aritmetica, che reifica l’essere umano. Infine, approfittando dello spazio che mi è stato concesso, mi si consenta di dedicare questo momento di speciale condivisione di valori comuni ai miei genitori, anche mia madre che non c’è più, alla mia piccola Sissy e a tutta la mia famiglia, nonché ad un uomo veramente buono, sofferente e giusto, Vincenzo Livatino, il Papà di Rosario, che con la mia famiglia trascorse l’ultimo Natale della sua vita”.

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