Droga sull’asse Palermo-Villaseta: intercettazioni rivelano ruolo opaco di un avvocato
Per i pubblici ministeri della Dda di Palermo avrebbe girato ad un suo assistito informazioni riservate
Anche un avvocato siciliano finisce tra le intercettazioni che hanno reso possibile la retata antimafia e antidroga di un anno fa che ha portato all’azzeramento di quattro mandamenti mafiosi storici palermitani. Per i pubblici ministeri della Dda di Palermo avrebbe girato ad un suo assistito informazioni riservate, quali l’indicazione del collocamento di microspie in auto e case nonché la circostanza che lo stesso suo assistito fosse sottoposto ad indagini ad opera dei carabinieri.
E’ l’inchiesta che vede alla sbarra anche personaggi di spicco della mafia agrigentina quali Pietro Capraro 41 anni, ritenuto il boss della cosca di Agrigento-Villaseta; Gaetano Licata, 42 anni, considerato il vicecapo e Gabriele Minio, 37 anni, che gli inquirenti ritengono uno degli affiliati. I tre agrigentini (già arrestati dai carabinieri di Agrigento nel dicembre del 2024 nell’operazione contro la mafia di Villaseta) sono accusati di aver ceduto diverse partite di stupefacente, per un ammontare complessivo di 384 mila euro, ai boss del mandamento mafioso di San Lorenzo/Tommaso Natale: i fratelli Domenico e Nunzio Serio, Francesco Stagno e Mario Ferrazzano. Per la Direzione distrettuale antimafia il clan di Villaseta avrebbe avuto costanti rapporti con esponenti di primo piano del mandamento di San Lorenzo. La cosca di Villaseta guidata dal capomafia Capraro si sarebbe ritagliato un ruolo da protagonista nelle rotte del narcotraffico siciliano, diventando almeno negli ultimi due anni il principale fornitore di stupefacenti di molte delle storiche cosche palermitane. Il clan di Villaseta, dunque, era diventato il principale rifornitore di stupefacente nel capoluogo siciliano. Un vorticoso giro di affari con una triangolazione Agrigento–Calabria–Palermo. La cosca agrigentina vendeva la droga agli storici mandamenti palermitani: Brancaccio, Porta Nuova e, soprattutto, Tommaso Natale/San Lorenzo. Proprio con quest’ultima articolazione mafiosa, un tempo feudo del potentissimo boss Salvatore Lo Piccolo si era creato un asse privilegiato con la vendita di stupefacente per quasi mezzo milione di euro.
In questo contesto, tra le carte dell’inchiesta saltano fuori alcune intercettazione pericolose che per i carabinieri rappresenta la prova del comportamento non consono del legale che avrebbe rivelato al suo assistito (per altri fatti) di essere sotto indagine ad opera dei carabinieri. In una conversazione, è proprio l’assistito a rivelare ad un suo co-indagato che “i carabinieri mi tengono sotto” rivelando infine a quest’ultimo di aver le microspie in auto. In un’altra intercettazione precedente rispetto a quella appena narrata, è proprio l’avvocato ad essere registrato dalle cimici degli investigatori mentre conversa telefonicamente con il suo cliente ed al quale chiede di incontrarlo in tempi brevi: “La prossima settimana due minuti ce li ha per vederci? O vengo io, per carità, dico, ci mancherebbe altro”.
Per i carabinieri sarebbe questa la prova regina del favoreggiamento e della rivelazione di segreto investigativo. I pubblici ministeri non hanno finito ancora di indagare.






