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Truffa sui fondi europei per l’agricoltura, Corte dei conti condanna funzionario e imprenditore

La Corte dei conti della Sicilia ha condannato due persone al risarcimento di oltre 19.000 euro per l’indebita percezione di contributi agricoli comunitari ottenuti tramite false dichiarazioni su terreni mai avuti in disponibilità. La sentenza, emessa dalla Sezione Giurisdizionale, colpisce il titolare di una ditta individuale e il responsabile di un Centro di Assistenza Agricola […]

Pubblicato 1 ora fa

La Corte dei conti della Sicilia ha condannato due persone al risarcimento di oltre 19.000 euro per l’indebita percezione di contributi agricoli comunitari ottenuti tramite false dichiarazioni su terreni mai avuti in disponibilità. La sentenza, emessa dalla Sezione Giurisdizionale, colpisce il titolare di una ditta individuale e il responsabile di un Centro di Assistenza Agricola (CAA), ritenuti responsabili in solido di un danno erariale ai danni dell’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA).

I fatti risalgono alla campagna agricola 2013, quando venne presentata una domanda di pagamento dichiarando la conduzione in affitto di circa 214 ettari di terreno nei comuni di Agrigento, Bompensiere, Buseto Palizzolo, Butera, Catania, Gela, Modica, Naro, Sant’Angelo Muxaro e Mazzarrone. Sebbene le particelle fossero numerose (ben 169), le indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Messina hanno però svelato un sistema fraudolento: i contratti di affitto erano falsi, riportavano timbri contraffatti dell’Agenzia delle Entrate e firme di soggetti inesistenti. In realtà, i terreni appartenevano a proprietari terzi, anche pubblici, che non avevano mai concesso alcuna autorizzazione all’uso.

Un ruolo determinante nella vicenda è stato attribuito al responsabile del CAA di Catania, il quale avrebbe validato le istanze senza effettuare i controlli minimi previsti dalla legge. Secondo i giudici contabili, l’operatore non può limitarsi a essere un mero “trasmettitore” di documenti, ma ha l’obbligo di accertare il titolo di conduzione dell’azienda attraverso l’interrogazione delle banche dati disponibili nel sistema SIAN. Nel caso specifico, sarebbe bastata una semplice verifica su una sola delle particelle dichiarate per accorgersi dell’inesistenza del titolo di proprietà dichiarato.

La difesa ha provato a eccepire la prescrizione del credito, sostenendo che l’amministrazione fosse a conoscenza dei fatti già dal 2016. Tuttavia, la Corte ha respinto tale tesi, ricordando che in presenza di condotte fraudolente l’occultamento doloso del danno è configurabile “in re ipsa”. Il termine di prescrizione quinquennale ha iniziato quindi a decorrere solo nel 2020, momento in cui è stato rimosso il segreto istruttorio sulle indagini penali e il danno è diventato giuridicamente conoscibile per la Procura contabile.

Oltre alla restituzione della somma di 19.137,61 euro, i due condannati dovranno corrispondere la rivalutazione monetaria e gli interessi legali, oltre al pagamento delle spese di giudizio in favore dello Stato.

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