Agrigento

Papa Leone a Lampedusa, il vescovo Damiano: “La sua visita è stata un abbraccio di pace”

Il vescovo della diocesi agrigentina ringrazia il Pontefice per la sua visita a Lampedusa terra di speranza e di pace

Pubblicato 1 ora fa

L’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, ringrazia Papa Leone XIV per la visita a Lampedusa, dove ad aspettarlo c’erano i rappresentanti di un’umanità sospesa, ma fiduciosa di potersi ancorare a un “Porto Salvo”, capace di farle rialzare lo sguardo. C’erano innanzitutto quelli che non ce l’hanno fatta, come il piccolo Yousuf, a cui ha reso omaggio durante la sua prima sosta, al cimitero.
Per loro questo “Mare Nostrum”, che per noi è fonte di prosperità e generatore di bellezza, è diventato una voragine di disperazione e un abisso di morte. Chissà quanti ne ha trattenuti nei suoi fondali, oltre a quelli che ha restituito e che riposano in vari cimiteri di questa diocesi”, dice il vescovo Damiano.
“La sua visita ha rappresentato per ciascuno di loro quell’ultimo bacio e quell’ultima carezza, che forse avrebbero reso meno amara la morte; ha rappresentato quell’umanissimo pianto su una tomba, che ai loro cari è stato negato; ha rappresentato soprattutto la certezza della vita che sconfigge la morte e risorge per non morire più, libera ormai dagli affanni e dalle angosce dell’esistenza terrena. A nome delle innumerevoli vittime di questo mare, delle loro famiglie e delle loro comunità, grazie! Grazie per l’atto di pietà che è venuto a compiere e per la preghiera che è venuto a innalzare. Hanno un valore immenso tutt’altro che scontato, perché in lei — com’era già avvenuto con Papa Francesco all’inizio del suo pontificato — è l’intera comunità dei credenti a essersi chinata ancora una volta su chi ha perso tutto per ridargli dignità, rispetto e promessa di eternità. Insieme a quelli che non ce l’hanno fatta, c’erano ad aspettarla anche quelli che sono riusciti ad approdare, come le famiglie che ha incontrato nelle successive soste, alla “Porta d’Europa” e all’imbocco del molo “Favarolo”, da oggi intitolato a Papa Francesco.
Per loro il sogno di una vita nuova, cominciato con la fuga dalla morte, può continuare. Ma è un sogno che ha un prezzo ancora troppo alto, perché la povertà di chi deve ripartire dal nulla fa sempre paura, sia a chi se la porta addosso sia a chi se la ritrova davanti, generando sconforto negli uni e diffidenza negli altri. Per non parlare della fatica di chi deve ripartire portandosi il peso degli affetti lasciati in patria
e di quelli persi lungo il viaggio. La sua visita è stata per ciascuno di loro un abbraccio di pace, che accoglie senza fare distinzioni, e una mano tesa, che incoraggia senza avere preferenze; è stata
l’espressione di quella compassione di cui tutti siamo creditori e debitori al tempo stesso, perché figli dello stesso Padre e destinatari della stessa terra; è stata la manifestazione di quella fraternità universale per la quale tutti siamo pellegrini verso la stessa patria e nessuno può considerarsi più straniero degli altri.
A nome di chi è riuscito ad arrivare e sta provando a ricominciare e di chi, da lontano, segue i suoi passi con trepidazione e apprensione, grazie!”, sottolinea Damiano “Grazie per la prossimità che è venuto a dimostrare e per l’incoraggiamento che è venuto a dare. Raggiungano, attraverso una feconda rete di solidarietà, tutti quelli che — passati da qua e diretti verso altre sponde — continuano a inseguire i loro sogni di libertà e di futuro, per sé e per i loro cari. Infine, accanto a chi è giunto — vivo o morto — su quest’isola, ad aspettarla c’erano la comunità lampedusana e la Chiesa Agrigentina, circondate dall’affetto delle altre Chiese sorelle di Sicilia, i volontari delle organizzazioni umanitarie presenti sull’Isola,
con le quali ha condiviso l’Eucaristia in questa ultima sosta. A noi, posti provvidenzialmente nel cuore del Mediterraneo e alle porte dell’Europa, spesso tocca il compito di far gustare il sapore della terra promessa a chi riesce a sbarcare nelle nostre coste, dopo aver provato l’amarezza della schiavitù che si è
lasciato alle spalle e l’incertezza della traversata che ha dovuto affrontare. Ma è una “terra promessa” strana, la nostra, perché non ha potenzialità e risorse tali da garantire un futuro; e, proprio per questo, solitamente è solo una terra di passaggio. La sua visita ci ha richiamati a non sottrarci, per nessuna ragione, a quest’onere, che è prima di tutto un onore; ci ha risvegliati alla nostra vocazione originaria di “custodi di fratelli”, qualunque sia la loro provenienza e il loro destino; ci ha riconsegnato il
ministero dell’ospitalità, nella quale possiamo incontrare il Signore e lasciarci incontrare da lui.
A nome di Lampedusa, di Agrigento e della Sicilia, grazie! Grazie per la sua vicinanza e la sua sollecitudine, che ci consolano e non ci fanno sentire soli nella testimonianza della fede, nell’esercizio della carità e nella costruzione della speranza. Ci benedica, Santo Padre, e ci porti nel cuore, come noi la portiamo nel nostro”.

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