Agrigento

“Assèttiti cca, tanto vicino a me non ci vuole stare nessuno” 

"Scriveva, scriveva, scriveva. Con la frenesia e la passione di un ragazzino. Inchieste, processi, storie, con la spasmodica ricerca delle carte. Il suo grido di battaglia, la sua meravigliosa ossessione"

Pubblicato 4 ore fa

DI MARIO BARRESI, VICEDIRETTORE LA SICILIA. Franco lo conobbi a Catania il mio primo giorno di sostituzione estiva in redazione in Cronaca. Io sapevo chi era lui, lui non aveva la più vaga idea di chi fossi io. “Assèttiti cca, tanto vicino a me non ci vuole stare nessuno”, mi disse col suo sorriso sornione indicandomi la scrivania accanto alla sua. Il giorno dopo eravamo a pranzo assieme. Linguine all’astice e chardonnay di Planeta. “Buon appetito, tanto offre Mario. E Mario non sei tu…”. Era il periodo più buio del suo rapporto con La Sicilia. Un’ingiustizia, un supplizio, una “esilio” che gli faceva bruciare il buco dell’anima.

Ed è lì che cominciammo la nostra “relazione clandestina”. Più qualcuno mi diceva che “è meglio non farsi vedere troppo intimo con lui”, più io ero maledettamente attratto da quel collega burbero e tagliente. Lui parlava e io ascoltavo. Caffè, pranzi, caffè, cene, caffè. E sigarette. Tante sigarette. Ogni tanto, da giovanissimo “sostituto”, mi capitava di dover controllare la chiusura delle pagine locali. E quando sul mio tavolo lui vedeva il bozzino della prima di Agrigento arrivava un lungo sospiro. “Nun ci pèrdiri tempu”, gracchiava. Ma si vedeva che ci stava male. La lontananza non ci ha mai più separato.

“Compagno Barresi, ma allura si’ bellu scassaminchia macari tu…?”, mi chiedeva – fiero – quando leggeva qualcosa di mio. “Visto che non abbiamo potuto lavorare a La Sicilia, allora finisce che ti assumo io a Grandangolo…”, mi diceva. Ed era serio. Ma alla fine ci siamo riusciti davvero, a lavorare assieme. Quando il mio giornale – il suo, il nostro giornale – dopo aver collezionato più di un ventennio di errori umani e di diaboliche perseverazioni, trovò modo di lenire in parte quella ferita che era già una diventata una profonda cicatrice. Me lo ricordo ancora, quel ritorno della sua firma in prima pagina. Gli mandai la foto scattata dal monitor. E mi rispose: “Ma siamo su scherzi a parte?”. No, era tutto vero. Era tornato a casa, anche se ormai la sua vera casa era diventata Grandangolo. Lui su La Sicilia era tornato come se nulla fosse mai successo. Scriveva, scriveva, scriveva. Con la frenesia e la passione di un ragazzino. Inchieste, processi, storie, con la spasmodica ricerca delle carte. Il suo grido di battaglia, la sua meravigliosa ossessione.

E “pretendeva” che fossi io – che nel frattempo ero diventato inviato – a impaginare i suoi pezzi. “T’assetti deci minuti e me lo passi tu. Non voglio che ci metta mano nessun altro. O tu o Antone’. E basta…”. Litigavamo per i titoli, lui era diventato più prudente. “Ma non puoi sparare così a zero, sei un bandito…”, mi urlava. “Il bue che dice cornuto all’asino”, gli rispondevo. E, quando si accorgeva di qualche correzione, da vecchio maestro me lo faceva notare. “Mi cangiasti ‘u pezzu, vero?”. Io lo ammettevo, un po’ in imbarazzo. Che si scioglieva subito: “Hai fatto bene, come l’hai sistemato tu funziona meglio. Avanzi n’ cafè, compagno”. E poi i nostri pranzi. Prima a tre, poi a quattro. Un rito consolidato negli ultimi anni. Lui organizzava, fissava, confermava. Poi partiva da Agrigento per stare seduti un paio d’ore al lungomare di Catania. Ordinavamo due tipi diversi di pasta e poi ce li scambiavamo. “Accusì quannu ni sciarriamu, ti potrò dire: abbiamo mangiato nello stesso piatto…!”. Poi la telefonata a Ombretta, a cui eravamo obbligati a dire che “lui ha mangiato un’insalatina di polpo, ma senza pane…”. E lei, la sua adorata, che rideva complice con tutti noi. Sciolto il convivio, ripartiva per Agrigento. “Ci vediamo alla prossima. Organizzo io…”.

Tutto questo non c’è più. Ma ci sarà sempre. Come quella sensazione di sentire ancora adesso, da un momento all’altro, la sua voce roca esultare: “I carti… Compagnooo, Avemu ‘i cartiii…”.

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