Favara, scarcerato l’armiere – infermiere Amedeo Caruana: “Sono collezionista non mafioso”

Redazione

Favara, scarcerato l’armiere – infermiere Amedeo Caruana: “Sono collezionista non mafioso”
| Pubblicato il martedì 27 Febbraio 2018

Favara, scarcerato l’armiere – infermiere Amedeo Caruana: “Sono collezionista non mafioso”

di Redazione
Pubblicato il Feb 27, 2018

Il Gip del Tribunale di Palermo, Fabrizio Molinari, lo ha scarcerato ieri. Posto agli arresti domiciliari senza l’ausilio del braccialetto elettronico.

Per Amedeo Caruana, infermiere 50enne di Favara, l’aria di casa è tornata familiare.

L’aver detenuto un micidiale arsenale in luoghi di sua pertinenza e l’essere indicato dai carabinieri che l’arsenale hanno scoperto come probabile armiere e  artigiano delle armi tale da poter confezionare cartucce e modificare le armi stesse, non è circostanza così grave da poter tenere ancora oltre (otto mesi sono già passati restando in gattabuia) l’infermiere favarese in cella.

Quindi, arresti domiciliari che per il giudice vanno concessi perché sono meno importanti le esigenze cautelari divenute sbiadite dal trascorrere del tempo e perché la stessa carcerazione fungerà da deterrente e Caruana non commetterà altri reati.

L’indagato, tra l’altro,  nel corso del suo interrogatorio è stato parecchio convincente e si è dichiarato pronto a sottoporsi alla risonanza magnetica funzionale “l’unico esame certo” in grado di stabilire se una persona menta o dica la verità analizzando la cortezza cervicale.

Amedeo Caruana mè un personaggio sui generis. Lo scorso 20 giugno i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile, insieme ai militari della Tenenza di Favara, – dopo 12 ore di perquisizione – gli trovarono un vero e proprio arsenale 4 pistole, 3 mitragliette, 1 moschetto, 2 carabine, 1 bomba a mano, 1 granata. E ancora, 8000 cartucce, decine di silenziatori e caricatori e arnesi per la fabbricazione di armi. L’infermiere, comparso due giorni dopo il suo arresto davanti al Gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

E i carabinieri, poco più di un mese dopo, individuano in un’altra abitazione alle porte di Favara, ma nelle disponibilità dello stesso insospettabile infermiere, una mitraglietta modello AK 47 “Kalashnikov” ed fucile calibro 12; circa 40 cartucce calibro 7.62 perfettamente funzionanti.

A questi già gravi episodi si aggiunga il ritrovamento – il 25 luglio scorso – di un secondo arsenale, sempre a Favara. Questa volta le armi – fucili, granate, munizioni – erano nascoste all’interno di un tubo in una insenatura di un muretto.

Sono un collezionista, affermò successivamentePer poi aggiungere: “Non ho niente a che vedere con la mafia, sono una persona rispettabile, apprezzata sul lavoro, attiva nel volontariato. E sto male: diabete e ipertensione malattie non conciliabili con il carcere”.

Recentemente durante un colloquio in carcere con una parente si era presentato con alcune scritte sugli avambracci. Erano indicazioni, secondo l’accusa, per fare sparire alcune cose, tra cui delle sim card di telefonini.

Non è stato dello stesso parere il tenente colonnello Rodrigo Micucci, a capo del Reparto operativo dei carabinieri di Agrigento (ma anche i Pm della Dda che hanno dato parere negativo alla cencessione dei domiciliari) che affermò subito dopo la cattura dell’infermiere: “Dopo gli ultimi fatti, omicidi e tentati omicidi, verificatisi a Favara, il nostro obiettivo è stato ed è quello di contrastare la presenza ed i traffici di armi e munizioni sul territorio. L’attività è’ stata svolta in particolar modo su questo cinquantenne Amedeo Caruana, infermiere di Favara. Ed a lui siamo arrivati monitorando vari soggetti e con servizi di osservazione. Alcune sono armi di fabbricazione italiana, alcune sono armi clandestine quindi con matricola abrasa, altre sono alterate – ha proseguito il tenente colonnello Micucci – . E’ stata significativa la presenza di dispositivi di armamento e di strumenti che servono per confezionare cartucce o modificare e alterare le armi stesse. Non solo armi, ma un vero e proprio laboratorio. Alcune armi erano occultate in tubi cilindrici interrati”.

A cosa servono tutte queste armi ci chiediamo ancora oggi noi?

Soprattutto in un momento storico, e lo abbiamo raccontato mille volte, proprio a Favara (e in Belgio, a Liegi) si sta combattendo una guerra cruenta, per il controllo del traffico di droga, a colpi anche di kalashnikov che ha già fatto morti e feriti.

Persino l’ultimo pentito di mafia, il favarese Giuseppe Quaranta fa cenno a questa guerra che, lo ricordiamo ancora, è questa:

Il 24 maggio scorso Carmelo Nicotra, 35 anni, viene raggiunto da una pioggia di fuoco. I killer imbracciano i Kalashnikov. Nicotra scampa miracolosamente alla morte. Fa il panettiere, ma va spesso in Belgio. Secondo gli investigatori, Nicotra sarebbe legato al clan Di Stefano, noto con il soprannome “Furia”.

Il 5 maggio, a Liegi, viene freddato il titolare della pizzeria “Il grande fratello”. Si chiamava Rino Sorce, aveva 51 anni ed era di Favara. Lo hanno assassinato davanti al locale poco dopo le 22.

II 26 ottobre 2016 Carmelo Ciffa, 42 anni, viene ucciso a colpi di pistola in corso Vittorio Veneto, a Favara. Originario di Porto Empedocle, ufficialmente si arrangiava facendo lavori saltuari. La mattina dell’agguato stava rimuovendo una palma secca. Nella sua fedina penale c’erano alcuni precedenti per droga ed era considerato vicino al clan Grassonelli.

Il 14 settembre 2016 un commando entra in azione ancora una volta a Liegi. Quattro colpi di pistola nel cuore della notte in un condominio del quartiere Outremeuse. La polizia belga trova il cadavere di Mario Jachelic, 28 anni, pure lui di Porto Empedocle. Assieme alla vittima c’è Maurizio Di Stefano, 41 anni, di Favara. È in fin di vita, ma se la caverà.

Il 16 febbraio 2015, a Naro, i killer uccidono Salvatore Terranova, commerciante di 58 anni, in piazza Francesco Crispi dopo che la vittima ha chiuso il suo negozio di casalinghi ed è salito in macchina per tornare a casa.

Il 27 gennaio 2015 diversi colpi di pistola raggiungono Carmelo Bellavia, 50 anni, già condannato per favoreggiamento. I sicari lo uccidono nel magazzino di via Fausto Coppi dove conserva le bibite. Era il padre di Calogero Bellavia, vivandiere di Gerlandino Messina, il capo della mafia agrigentina arrestato a Favara nel 2010.

Quel Calogero Bellavia poi trovato armato di tutto punto ed arrestato: è indagato per l’omicidio Ciffa e per il tentato omicidio Nicotra.

Troppe coincidenze. Non sempre casuali.

 

 

di Redazione
Pubblicato il Feb 27, 2018


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