Metaniera russa in rotta di collisione verso Lampedusa: Malta e Italia attivano emergenza
La "Arctic Metagaz", metaniera russa della flotta ombra di Mosca, deriva senza equipaggio verso Lampedusa con 61.000 tonnellate di gas liquefatto a bordo.
Non si hanno certezze sull’autore dell’attacco, ma una serie di elementi punterebbero a Kiev. Mosca ne è certa: “Qualifichiamo quanto accaduto come un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima, una grave violazione delle norme fondamentali del diritto marittimo internazionale”, ha affermato il ministero degli Esteri russo, aggiungendo che la nave sarebbe stata attaccata in acque internazionali da un drone ucraino lanciato dalle coste della Libia. Il gestore della nave, la Llc Smp Techmanagement, è il più grande produttore russo di Gnl. Era notte fonda quando le prime deflagrazioni dei droni hanno squarciato il silenzio del Canale di Sicilia. Le acque tra la Libia e Malta, zona grigia per eccellenza del Mediterraneo, teatro quotidiano di traffici opachi e rotte non dichiarate, hanno inghiottito il suono delle esplosioni prima che qualcuno potesse registrarle ufficialmente. La Arctic Metagaz, metaniera lunga 277 metri, battente bandiera di comodo, inserita nei registri della cosiddetta “flotta ombra” russa, stava trasportando un carico stimato in 61.000 tonnellate di gas naturale liquefatto quando qualcosa, a bordo, è andato catastroficamente storto.
I trenta membri dell’equipaggio sono stati evacuati in fretta. Nessuna vittima, almeno secondo le fonti ufficiali. Ma la nave è rimasta lì, danneggiata, abbandonata, con i suoi serbatoi intatti e il suo carico letale ancora a bordo. Da quel momento, la Arctic Metagaz ha cominciato a derivare e la corrente la sta spingendo verso le Pelagie.
Per capire chi è davvero la Arctic Metagaz, bisogna capire cosa si intende con il termine “flotta ombra”. Dal 2022, con l’imposizione delle sanzioni occidentali a Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina, la Russia ha progressivamente costruito una rete parallela di imbarcazioni: navi vecchie, spesso acquistate tramite intermediari in paesi terzi, con proprietà opache, assicurazioni inesistenti o fittizie, e sistemi di tracciamento AIS regolarmente manomessi o spenti. L’obiettivo è uno solo: aggirare l’embargo sul petrolio e il gas russo, continuare a esportare idrocarburi verso mercati compiacenti. Il risultato è una flotta di navi tecnicamente obsolete, privi di manutenzione adeguata, che solcano i mari del mondo senza le garanzie di sicurezza minime richieste dal diritto internazionale. Già nel Baltico e nel Mare del Nord si sono verificati incidenti gravi. Ora quella stessa flotta è entrata nel Mediterraneo.
I numeri fanno impressione. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ultime ore, a bordo della Arctic Metagaz si troverebbero circa 61.000 tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), oltre a 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi di gas compresso. Il GNL, a temperature di stoccaggio che sfiorano i 160 gradi sotto zero, è uno dei carichi più pericolosi che si possano trasportare in mare. Una fuoriuscita significativa, in presenza delle condizioni sbagliate potrebbe innescare un’esplosione di proporzioni catastrofiche.
Anche nell’ipotesi più ottimistica, quella di una semplice fuoriuscita di carburante senza esplosione, il disastro ambientale sarebbe comunque enorme. Le acque attorno a Lampedusa sono tra le più ricche del Mediterraneo centrale: fondali integri, posidonie: il paradiso marino per eccellenza in Europa che alimenta un’economia locale già fragile. Una marea nera in quelle acque significherebbe la fine della pesca e del turismo per anni. Lampedusa non è solo un’isola. È un simbolo, un avamposto, il confine più meridionale dell’Europa in mezzo al Mediterraneo. E adesso è nel mirino di una nave fantasma che avanza senza che nessuno possa ancora dire con certezza quando e se sarà intercettata per tempo.
Il rischio è almeno triplice. Primo, quello ambientale, secondo, quello di un impatto fisico con la costa o con altre imbarcazioni: una nave di 277 metri in deriva incontrollata è un ostacolo gigantesco, praticamente invisibile. Terzo, e forse il meno dibattuto pubblicamente, il rischio per i migranti. Il Canale di Sicilia è la rotta più trafficata al mondo per le traversate irregolari. Migliaia di persone, ammassate su barchini e gommoni sovraccarichi, percorrono ogni notte quelle stesse acque. Un colosso d’acciaio alla deriva, senza luci e senza segnalazione, potrebbe diventare una trappola mortale.
La domanda che rimbalza tra le autorità marittime italiane, maltesi e libiche da giorni è: perché in nove giorni nessuno è riuscito a mettere un rimorchiatore accanto alla Arctic Metagaz? Le risposte possibili sono diverse, e nessuna è rassicurante. Transport Malta ha emesso un avviso ai naviganti invitando tutte le imbarcazioni a mantenere una distanza minima di cinque miglia nautiche dalla nave in ogni momento. L’autorità ha dichiarato che la petroliera è classificata come “Not Under Command”, sebbene non stia mostrando i segnali NUC richiesti né di giorno né di notte. Ai marittimi che navigano nella zona è stato inoltre chiesto di mantenere un’attenzione particolare, mentre la navigazione nelle immediate vicinanze della nave è stata severamente proibita. La sorveglianza della petroliera non è limitata a Malta. Un aereo della Guardia Costiera italiana è stato visto sorvolare e monitorare l’imbarcazione da ieri pomeriggio.
Le operazioni di rimorchio in acque internazionali sono complesse e costose. Chi paga? Chi ha la giurisdizione? La bandiera della nave, probabilmente un paese terzo usato come schermo dalla proprietà russa, non facilita le cose. Il diritto internazionale del mare, in questi casi, è un labirinto di competenze sovrapposte e responsabilità mai del tutto chiare. Nel frattempo, la corrente non aspetta.




