Agrigento

Pronto soccorso, parla l’ex primario Vaccaro: “Fiero delle dimissioni, non sono un burattino”

L’ex primario del Pronto soccorso di Agrigento, dopo essersi dimesso denunciando criticità nel reparto, racconta ai nostri microfoni i motivi della sua scelta

Pubblicato 6 mesi fa

Partiamo da una data: 21 luglio 2023. Dopo un anno e mezzo lascia l’incarico e si dimette per giusta causa con una lettera inviata all’Asp in cui denuncia gravi criticità nel reparto individuando responsabilità nei vertici dell’azienda sanitaria provinciale. Cos’è successo? 

“Il pronto soccorso da più di venti anni non era diretto da un primario di ruolo ma da facenti funzioni comunque all’altezza dell’incarico. C’è da dire che il denominatore comune è la carenza dei medici e questo è risaputo da chi gestisce i Pronto soccorso di tutta Italia. Insediandomi in questo reparto ho cercato di capire le criticità: organico a disposizione, organizzazione strutturale, cercando collaborazione per trovare soluzioni. Non c’era la bacchetta magica per poter risolvere tutto nell’arco di poco tempo ma con la collaborazione di tutti avremmo risolto qualche problema mettendo ordine nel reparto per dare dignità all’ammalato che è lo scopo principale di ogni medico e della direzione strategica che ci governa. Ho cercato, per le vie brevi, di trovare aiuti per migliorare il Pronto soccorso. Quando sono arrivato avevamo due dirigenti medici del 118, le disposizioni di servizio che hanno riguardato il chirurgo generale e vascolare. Sono arrivati anche i medici provenienti da corsi di formazione e quindi senza autonomia lavorativa. Mi sono dovuto ricredere, con grosso dispiacere, perché le mie richieste prima verbali e poi scritte non hanno avuto mai riscontro. Io avevo il compito di organizzare il Pronto soccorso ma questo deve avvenire di pari passo con la direzione strategica. Non c’è stata collaborazione e questo ricade non sul primario ma sull’ammalato che rimane nelle barelle, nei corridoi per ore. Mi sono speso per i medici che hanno effettuato turni massacranti. Una situazione in cui perdo la dignità io da primario ma soprattutto la perde l’ammalato. Così ho cominciato a scrivere diverse note alla direzione ma, non soltanto sono stato criticato, addirittura le stesse sono state definite “inutili piagnistei”. 

In questo anno e mezzo ha messo nero su bianco oltre trenta note dove spiegava ai vertici le situazioni critiche del Pronto soccorso. Ma non soltanto. Lei ha cercato anche una interlocuzione con il sindaco di Agrigento e con l’Ordine dei medici. 

“Ho avuto colloqui verbali con il sindaco che è anche un collega che è stato impegnato nell’emergenza sbarchi. Ho cercato di avere il suo aiuto mettendo in evidenza che il Pronto soccorso del San Giovanni di Dio è il primo riferimento per quanto riguarda Lampedusa e svolge una funzione anche umanitaria. Questo comporta un sovraffollamento del reparto: 4.500 accessi al mese, 150 al giorno. Ho cercato di stimolare la coscienza del sindaco che però non ho trovato collaborativo. Non cerco colpevoli. Ho solo chiesto aiuto mettendo in evidenza le necessità di un ospedale di primo livello e invece sono stato accusato di non essere in grado di svolgere il mio lavoro. Ho scritto anche all’Ordine dei medici, un grido di allarme e di dolore con cui chiedevo i livelli minimi assistenziali. Non bisogna nascondersi dietro l’evidenza dei fatti. Senza uomini e mezzi non si risolve nessuna situazione.”

Quindi un grido di allarme inascoltato. Le faccio una domanda. Noi siamo stati la scorsa settimana al Pronto soccorso, dopo aver denunciato in precedenza la grave situazione, e devo dire che il reparto ci è sembrato migliorato sia da un punto di vista strutturale che nella gestione di pazienti e spazi. Ora, la domanda che si fanno in molti è come sia possibile nell’arco di appena 10 giorni assistere ad un cambiamento così radicale. Come se lo spiega?

“Non riesco a trovarla. Forse il frutto delle mie trenta note. Anche perché possiamo dire che quando ho presentato le dimissioni, e tengo a precisare per giusta causa e quindi non perché non mi sono sentito di portare avanti questa causa, chi doveva sostituirmi (il dottore Spallino) in appena ventiquattro ore si è reso conto della situazione. Si parlava addirittura di medici dell’esercito o di installare tende. Faccio presente che dopo le mie dimissioni cinque medici dirigenti del reparto hanno scritto una lettera in cui descrivevano lo scenario del Pronto soccorso “da guerra”. Le mie trenta note non sono frutto della mia fantasia o mie invenzioni ma sono scaturite da una situazione reale che noi toccavamo con mano giorno dopo giorno. Oggi, da quello che vedo, si sono trovate soluzioni interne. Non è arrivato l’esercito, la tenda non è stata montata e medici nuovi, tranne qualcuno che sta dando una mano, non ne sono arrivati. Il nuovo primario Caramanno è arrivato con un gruppo di cardiologi e i risultati si vedono. Ma questo si poteva fare prima alla stessa maniera. Non so perché non è stato fatto e non so perchè. Di punto in bianco con la carenza di personale si aprono due sale con un fast track cardiologico H12 e di questo fino al giorno delle mie dimissioni non se ne è mai discusso. La verità è che il capitano da solo non può fare niente. Che si sia risolta la criticità del Pronto soccorso a me fa solo piacere e anzi vuol dire che il mio sacrificio ha portato ad una soluzione che però deve essere mantenuta nel tempo. Che non ci sia stata collaborazione tra me e la direzione strategica lo si vedrà in futuro. Io ho agito sempre nell’interesse dell’ammalato. Le mie dimissioni sono state accettate immediatamente, nonostante avessi dato disponibilità a traghettare il reparto fino al 30 luglio. Questa potrebbe essere la conferma che tra me e la direzione strategica non c’è stato un rapporto. Il mio rammarico è che dopo le mie dimissioni avrei gradito, come avviene tra persone, che mi fosse stato chiesto del perché del gesto. Forse sono stato individuato come quello che ha messo nero su bianco le criticità del reparto ma questo è il mio dovere e non potevo tacere su una situazione che era prossima al collasso. Le mie note non cercavano un colpevole ma erano richieste di aiuto in cerca di collaborazione cosa che evidentemente io non ho suscitato. Non sta a me giudicare il perché di questo ma lo si vedrà nelle competenti sedi.”

Dopo le sue dimissioni è arrivata una lettera di cinque medici del reparto che ipotizzavano addirittura dimissioni di massa. Nella missiva si parlava anche di poca collaborazione tra medici e tra i reparti. In questo anno e mezzo si è mai sentito solo? Si aspettava qualcosa di più?

Dai miei colleghi non direi. Sono stati disponibili nel cercare di tamponare le carenze che si venivano a verificare e per questo li ringrazio. Ho cercato di dimostrare loro, scendendo in campo in prima persona, la mia vicinanza e più che le parole parlano per me i fatti. Sono stati sempre collaborativi ma i numeri sono quelli: su una pianta organica di 21 medici ne sono rimasti 6 di cui una sospesa per provvedimento disciplinare e due esonerati dalle notti con un carico di lavoro massivo e otto-dieci notti sulle spalle. Dirigenti medici stremati con una criticità che grava da anni. La medicina interna può solo avere il 10% in più di posti aggiuntivi ma devo dire che hanno accettato anche altri posti. Il sovraffollamento è enorme e le uniche aree mediche che possono ricevere pazienti sono medicina e cardiologica. Nefrologia non ha reparto, l’Astanteria con 12 posti letto in realtà ne assorbe 22-23 con un solo dirigente medico che entra la mattina e non sa quando esce. Con i pochi medici la collaborazione c’è stata ma il mio è un giudizio di parte.”

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a prese di posizione, sit-in dei sindaci e anche il Prefetto è sceso in campo a tutela della sanità agrigentina. A quasi un mese dalle sue dimissioni, e alla luce di quanto sta accadendo, la domanda sorge spontanea. Se potesse tornare indietro presenterebbe nuovamente le dimissioni? Sono servite a qualcosa col senno di poi?

“La risposta non è semplice. Se non avessi presentato le dimissioni non so se questi provvedimenti sarebbero stati presi. Forse hanno scosso la direzione strategica che si è resa conto che quello che scrivevo non era mia fantasia ma la realtà dei fatti. Devo ringraziare i sindaci che hanno partecipato al sit-in e questo è un fatto positivo. Non è una protesta per cercare il colpevole ma per risolvere i problemi della nostra sanità. Mi dimetterei nuovamente, sì. Il mio “sacrificio” è servito evidentemente a qualcosa. Di certo ho dimostrato di non essere attaccato alla poltrona di primario. Per fare il primario bisogna avere uomini e mezzi ma principalmente non deve dimenticare la salute e la dignità dell’ammalato. Nell’ultimo anno e mezzo mi rammaricavo di questa situazione perché non può e non deve venire mai meno il rapporto medico-paziente che, come sappiamo, ultimamente è al centro di numerosi contenziosi. Il paziente che entra in Pronto soccorso e il familiare che viene informato tempestivamente è alla base di serenità e tranquillità e questo non accadeva. Oggi ho sentito dire che il Pronto soccorso di Agrigento è normale e che le persone possono recarsi tranquillamente per essere assistiti. Questo mi amareggia perché il Pronto soccorso non può avere tempi in cui si può andare e altri in cui no. Il paziente deve avere sempre assistenza in qualsiasi ora e modo. Da medico dico che non è stata una giusta definizione. Le mie trenta note non sono state ben viste ed evidentemente sono stato visto come un nemico che metteva in evidenza le criticità del Pronto soccorso. Il mio sacrificio quantomeno ha avuto un risultato.”

Non è usuale vedere un primario alzarsi e andarsene via lasciando la poltrona. Adesso cosa farà il dottore Vaccaro?

“Sicuramente mi riposerò. Poi rifletterò sulla mia posizione. Sicuramente potrò rientrare a Villa Sofia dove ero dirigente medico. Ho perso la poltrona di primario e di questo ne sono fiero e orgoglioso. Essere il burattino di qualcuno o nascondere la polvere sotto il tappeto non fa parte del mio carattere e della mia formazione perché ne va di mezzo la salute dell’ammalato. Siamo consapevoli che ci sono criticità ma interessarsi a trovare una soluzione, come è stato fatto in pochi giorni, da una parte mi fa piacere ma dall’altro mi lascia l’amaro in bocca perché chi ne ha pianto le conseguenze in questi 17 mesi non è il primario che ha fatto 24-30 ore con il rischio clinico o i medici in prestazioni aggiuntive ma l’utente che si presenta in Pronto soccorso e ha bisogno del conforto e dell’assistenza del personale. Fiero di tornare a fare il dirigente medico.”

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