Troppe ripetizioni nel teatro agrigentino

Diego Romeo

Agrigento

Troppe ripetizioni nel teatro agrigentino

di Diego Romeo
Pubblicato il Gen 4, 2019
Troppe ripetizioni nel teatro agrigentino

Un successo lo spettacolo di Ilenia Costanza “La Trinacria è femmina”  rappresentato l’altra sera al “Pirandello” e che ripete il successo di circa due anni fa al Teatro di Giunone organizzato dal Parco Archeologico.

L’unica novità che allora  in scena c’erano “otto fimmine” agguerritissime che si muovevano  tra riferimenti siculo mitologici e canzoni nostrane che sfidano il tempo e le mode, l’altra sera invece le “fimmine” erano solo tre, Ilenia Costanzacuntastorie”, Lorena Vetro (cantastorie), Saria Convertino (fisarmonicista) con in più la partecipazione straordinaria di Alda D’Eusanio, madrina eccellente.

Con il risultato che la Sicilia è risultata un po’ più malinconica e che ci ha rimandato  inevitabilmente alla  conclamata “strabuttanissima” di Buttafuoco.

Due anni fa su Grandangolo scrivevamo che lo “spettacolo scritto, recitato e diretto da Ilenia Costanza era ricco di ironie furibonde, autocritiche salutari.” come le Gorgoni – notava Ilenia, che danno senso alla Trinacria: Medusa, che rappresenta la perversione intellettuale; Steno, la perversione morale ed Euriale, la perversione sessuale… ma lasciamo a voi la distribuzione dei ruoli!”.

La provocazione di Ilenia Costanza è solo divertita perché poi, lo spettacolo mantiene le promesse di  “un divertente e poetico concerto reading che racconta la Sicilia partendo semplicemente dal grammaticale femminile delle parole che la caratterizzano… “Siccità è femmina… – si scatena  la Costanza – Santa Rosalia e Sant’Agata sono femmine. Imprenditoria è femmina…qualche dubbio su  selvaggia e disonorata però. L’emigrazione è femmina; la maschera di Pirandello e la roba di Verga. Ma anche la vigna, la mandorla e l’arancia. E il pistacchio. Sì, perché da noi il pistacchio si chiama ‘a fastuca! E diventa femmina… come la bellezza!”.

Ilenia non si poteva far mancare un robusto cenno ai nostri grandi scrittori da Pirandello a Quasimodo, da Buttitta a Bufalino e Sciascia; Lorena Vetro, voce portentosa e coinvolgente, con la sua chitarra, cunta le leggende. Da meravigliosa cantastorie quale è, l’ultima, come ama definirla la regista, intona i brani più significativi di Rosa Balistreri, Otello Profazio, Nonò Salamone; senza tralasciare ”La terra amara” da Domenico Modugno, Mercedes Sosa e perfino Marlene Dietrich.

E infine  la Leggenda di Colapesce e l’amarezza  della constatazione che “Qua si campa d’aria” (teorema dello spettacolo) insieme ad altri pregi e difetti, senza tralasciare  la cucina  e il  sapore di quella primordiale ricchezza che è l’amore.

Quello stesso amore che tiene ancora Colapesce sotto le nostre acque a reggere le colonne di quest’Isola bella… quello stesso amore che fa cantare a Rosa Balistreri “pirchì p’amari a vui nun pensu a Diu!”.

Ilenia Costanza, tra la voce di Lorena Vetro e la fisarmonica di Saria Convertino si riserva di suonare  il tamburo, notoriamente strumento utilizzato prima  di un assalto non solo alla Bastiglia o a Palazzo Chigi ma soprattutto dedicato alle nostre “mentalità” dure a morire.

Come dure a morire sono le ripetizioni che si susseguono al Teatro Pirandello con “Luna pazza”, Vestire gli ignudi  (con pubblico non pagante e attori pagati secondo finanze regionali), Berretto a sonagli e Uno nessuno centomila (ripresentato dopo appena un anno) e con le solite “premiate ditte” che usufruiscono della scena agrigentina.

Possibile che non esista altro teatro e altrettante produzioni?

E, cosa più grave, che neanche il governo riesca ancora  a varare una legge sul conflitto di interessi generali?


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