Cosa Nostra gestiva i parchi dei Nebrodi e delle Madonie: 11 arresti, nella rete anche un notaio (ft e vd)

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Cosa Nostra gestiva i parchi dei Nebrodi e delle Madonie: 11 arresti, nella rete anche un notaio (ft e vd)

di Redazione
Pubblicato il Mag 30, 2019
Cosa Nostra gestiva i parchi dei Nebrodi e delle Madonie: 11 arresti, nella rete anche un notaio (ft e vd)

L’inchiesta della procura nissena, denominata Terre nostre, che trae origine dall’indagine Nibelunghi sempre del Gico della Gdf tra meta’ 2017 e inizio 2018, sul sistema illecito di gestione di terreni e contributi agricoli da parte di “Cosa Nostra” nella zona delle Madonie e dei Nebrodi, riguarda la gestione con l’utilizzo di metodi mafiosi dalla famiglia Di Dio (5 arrestati) originaria di Capizzi (Me), ma abitanti nella provincia di Enna. Ai Di Dio e’ stato contestato il concorso esterno in associazione mafiosa con riferimento ai rapporti con numerosi esponenti di famiglia mafiose tra cui in particolare quella dei fratelli Virga, del mandamento di San Mauro Castelverde. Le indagini hanno accertato anche il ruolo svolto da un notaio catanese che si sarebbe “prestato a stipulare ripetuti atti falsi che hanno costituito il presupposto per la realizzazione di svariate truffe aggravate ai danni dell’Agea, consentendo alla famiglia Di Diodi accaparrarsi circa 600 ettari di terreno all’interno del Parco delle Madonie, di proprieta’ del demanio”. Il modus operandi utilizzato – dicono gli investigatori – rispondeva ad un ben preciso canovaccio: “gli indagati utilizzavano aziende agricole intestate a loro o a loro congiunti al fine di concludere contratti fittizi di compravendita o di locazione di terreni, in realta’, direttamente riconducibili a soggetti mafiosi, consentendo mediante detto meccanismo di interposizione fittizia di dissimulare l’effettiva disponibilita’ dei cespiti in capo ai coindagati al fine di sottrarli alla possibile emissione di provvedimenti di sequestro o a misure di prevenzione patrimoniali”.

Gli indagati – dice l’accusa – utilizzavano i terreni cosi’ ottenuti e le aziende a loro facenti capo al fine di presentare domande finalizzate all’ottenimento di contributi comunitari di sostegno all’agricoltura, utilizzando all’uopo anche terreni di proprieta’ demaniale e versando parte dei corrispettivi ottenuti ai componenti del sodalizio mafioso. In alcuni casi i terreni demaniali venivano sfruttati dagli indagati e rivenduti, pur senza alcun titolo (trattandosi di beni di proprieta’ dello Stato), all’Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) – a sua volta un ente pubblico – attraverso l’utilizzo di atti falsi che hanno consentito l’illecita riscossione di ingenti somme di denaro. Una parte di tali beni, sottratti fraudolentemente allo Stato, sono poi stati ricomprati da altri membri della famiglia Di Dio che hanno continuato a sfruttarli fino ad oggi risultando, agli atti di registro, quali legittimi proprietari di beni che, in realta’, rientrano nel patrimonio dello Stato. Nell’operazione e’ stato disposto il sequestro di 900 ettari di terreni, fabbricati, beni, 9 aziende agricole per un valore complessivo di circa 6,5 milioni di euro ed e’ stato effettuato il sequestro per equivalente su disponibilità’ finanziarie degli indagati per un totale di circa 430 mila euro.

In carcere: Antonio Di Dio, 32 anni; Domenico Di Dio, 60 anni; Giovanni Giacomo Di Dio, 25 anni; Giacomo Di Dio, 35 anni; Giuseppe Sivillo Fascetto, 41 anni; Caterina Primo, 61 anni; Ai domiciliari: Salvatore Dongarra’, 57 anni; Carmela Salermo, 48 anni; Rodolfo Virga, 58 anni; Ettore Virga, 26 anni; Domenico Virga, 56 anni.

“L’indagine e’ partita dall’analisi delle attivita’ della famiglia Di Dio, che sostanzialmente si prestava ad acquisire fittiziamente terreni riconducibili alla famiglia Virga e una volta ottenuti questi terreni, erano nelle condizioni di chiedere i benefici comunitari”. Cosi’ il procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone sull’operazione Terre emerse che ha portato in carcere esponenti mafiosi delle province di Enna e Palermo e al sequestro di terreni per un valore di circa 7 milioni di euro. “L’indagine – ha proseguito Bertone – ha consentito di verificare che c’e’ una difficolta’ nello svolgimento dei controlli e la mafia ne approfitta. Il mandamento di San Mauro Castelverde, per collocazione geografica e vicinanza ad altre famiglie mafiose, ha allargato i suoi orizzonti”.


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