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Il figlio del boss di Favara e le tangenti alla Regione: 7 indagati 

Nella lista degli indagati non compare il super manager Salvatore Iacolino. Una circostanza che certamente balza agli occhi ma che non necessariamente esclude l’ex europarlamentare da un futuro procedimento a suo carico

Pubblicato 28 minuti fa

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha notificato l’avviso di conclusione indagini nei confronti di sei persone – e una società – nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza intrecci pericolosi tra mafia, burocrazia regionale e politica. Il provvedimento – firmato dai pm Bruno Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino – anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. L’attività investigativa è quella che ha coinvolto anche il super manager della sanità Salvatore Iacolino (difeso dagli avvocati Arnaldo Faro e Giuseppe Di Peri) con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il suo nome, però, non compare nella lista degli indagati ai quali è stata notificata la chiusura dell’inchiesta. Una circostanza che certamente balza agli occhi ma che non necessariamente esclude l’ex europarlamentare da un futuro procedimento a suo carico ma che, tuttavia, assume comunque un significato. La Procura di Palermo, in ogni caso, potrebbe notificare analogo provvedimento separando di fatto i filoni processuali. 

Ad essere raggiunti dall’odierno avviso di garanzia, invece, sono: Carmelo Vetro, 41 anni, (difeso dagli avvocati Samantha Borsellino e Giuseppe Barba) figlio dello storico capomafia di Favara Giuseppe, già condannato a nove anni di reclusione nell’operazione “Nuova Cupola”; il dirigente regionale Giancarlo Teresi, 68 anni (difeso dall’avvocato Antonio Reina); il funzionario regionale Francesco Mangiapane, 67 anni (difeso dagli avvocati Eugenio e Mario Passalacqua); l’imprenditore Giovanni Aveni, 68 anni (difeso dagli avvocati Giovanni Domenico Cicala e Giuseppe Calabrò); Salvatore Vetro, 38 anni, (difeso dall’avvocato Giuseppe Barba) fratello minore di Carmelo; Antonio Lombardo, 48 anni, (difeso dall’avvocato Giuseppe Barba) cognato di Carmelo Vetro. Sotto indagine finisce anche la An.Sa srl, società di proprietà di quest’ultimo ma che, ipotizzano gli inquirenti, in realtà sarebbe stata gestita dal figlio del boss defunto. 

LE ACCUSE

L’ipotesi degli inquirenti è che Vetro, attraverso mazzette e regalie, abbia ottenuto lavori e appalti pubblici che – alla luce dei suoi trascorsi – non avrebbe potuto prendere. All’ipotesi di corruzione, inoltre, è contestata anche l’aggravante dell’aver agevolato Cosa nostra. Due quelli contestati: i lavori urgenti di dragaggio dei fondali del porto di Marinella di Selinunte e la manutenzione straordinaria dei fondali del porto di Donnalucata e ripascimento della spiaggia Spinasanta nel porto di Scicli. Nel primo caso, secondo l’accusa, Teresi avrebbe accettato una tangente di 1.500 euro per “segnalare” la società riconducibile al Vetro (ma intestata al cognato) alla ditta che aveva effettivamente vinto l’appalto per il trasporto in discarica di 400 tonnellate di posidonia. Nel secondo caso, invece, la tangente sarebbe stata di 8mila euro (divisa in due tranche). In cambio dei soldi – è questa l’accusa –  Teresi avrebbe favorito la ditta di Vetro non facendo i dovuti controlli. A Carmelo Vetro, inoltre, viene contestata anche la detenzione di armi. Salvatore Vetro, detentore del 10% delle quote della An.Sa, è accusato di un singolo episodio di corruzione relativo ai lavori urgenti ed indifferibili per il dragaggio dei fondali del porto di Marinella di Selinunte. Insieme al fratello maggiore, secondo l’ipotesi dei pm, avrebbe pagato una tangente di 1.500 euro al dirigente Teresi ottenendo così l’affidamento dei lavori di trasporto in discarica di circa 400 tonnellate di posidonia e di sedimenti presenti sulle banchine del porto. Ad Antonio Lombardo, amministratore di diritto della società e cognato di Carmelo Vetro, vengono contestati due episodi: il primo relativo ai lavori urgenti di manutenzione straordinaria dei fondali del porto di Donnalucata e ripascimento della spiaggia di Spinasanta, per i quali insieme al cognato avrebbe pagato una tangente di 8mila euro al dirigente regionale; il secondo, invece, per la procedura per il trasporto a discarica autorizzata della posidonia stoccata temporaneamente nel polo di Castelvetrano. Secondo gli inquirenti, Teresi avrebbe ricevuto 20 mila euro, versata in più tranche di cui la prima di 5 mila euro, e in cambio avrebbe segnalato l’An.Sa all’imprenditore Aveni, titolare dell’impresa che si era aggiudicato l’appalto, per procedere all’affidamento del servizio di trasporto, conferimento in discarica della posidonia e svolgere servizi di monitoraggio ambientale. Anche all’imprenditore Aveni, così come allo stesso dirigente regionale Teresi e al funzionario Mangiapane, viene contestata la corruzione aggravata. Secondo l’accusa, infatti, i due pubblici ufficiali avrebbero ricevuto rispettivamente 30 mila e 10 mila euro. Infine, nella lista compare anche la società An.Sa ambiente riconducibile alla famiglia Vetro. 

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