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La droga di Villaseta ai boss mafiosi di Palermo: 13 condanne 

Tra le 13 persone condannate ci sono anche i presunti capi della cosca mafiosa di Villaseta

Pubblicato 1 ora fa

Sei anni di reclusione per Pietro Capraro, ritenuto al vertice della famiglia mafiosa di Villaseta, e quattro per Gaetano Licata, indicato dagli inquirenti come suo luogotenente. È quanto disposto dal gup Carmen Salustro nel processo (stralcio abbreviato) scaturito dalla maxi operazione che nel febbraio scorso portò all’arresto di 181 persone smantellando quattro mandamenti mafiosi di Palermo. Sul banco degli imputati siedono anche gli agrigentini Pietro Capraro e Gaetano Licata, ritenuti i vertici del clan di Villaseta. I due sono – difesi dagli avvocati Teres’Alba Raguccia e Salvatore Cusumano – sono accusati di aver ceduto diverse partite di stupefacenti, per un ammontare complessivo di 384 mila euro, ai boss del mandamento mafioso di San Lorenzo/Tommaso Natale: i fratelli Domenico e Nunzio Serio, Francesco Stagno e Mario Ferrazzano. Anche per questi ultimi sono scattate le condanne: 20 anni per i Serio e 16 anni per Ferrazzano. Secondo gli inquirenti i vertici del clan di Villaseta avrebbero avuto costanti rapporti e interlocuzioni con esponenti del mandamento mafioso di San Lorenzo oggi guidato dai fratelli Serio, luogotenenti del boss ergastolano Salvatore Lo Piccolo.

TUTTE LE CONDANNE

Pietro Capraro, 41 anni, di Agrigento (6 anni di reclusione); Domenico Cernigliaro, 38 anni, di Palermo (12 anni di reclusione); Mario Ferrazzano, 41 anni, di Palermo (16 anni di reclusione); Khemais Lausgi, 38 anni, di Palermo (9 anni di reclusione); Mariano Lo Iacono, 36 anni, di Palermo (10 anni e 8 mesi di reclusione); Mirko Lo Iacono, 30 anni, di Palermo (6 anni e 8 mesi di reclusione); Gianluca Spanu, 38 anni, di Palermo (6 anni di reclusione); Salvatore Varsalona, 59 anni, di Palermo (9 anni di reclusione); Gaetano Licata, 41 anni, di Agrigento (4 anni di reclusione); Nunzio Serio, 49 anni, di Palermo (20 anni di reclusione); Salvatore Serio, 46 anni, di Palermo (20 anni di reclusione); Francesco Scarpisi, 46 anni, di Palermo (10 anni e 8 mesi di reclusione); Francesco Stagno, 40 anni, di Palermo (20 anni di reclusione).

Il clan di Villaseta, dunque, era diventato il principale rifornitore di stupefacente nel capoluogo siciliano. Un vorticoso giro di affari con una triangolazione AgrigentoCalabriaPalermo. La cosca agrigentina vendeva la droga agli storici mandamenti palermitani: Brancaccio, Porta Nuova e, soprattutto, Tommaso Natale/San Lorenzo. Proprio con quest’ultima articolazione mafiosa, un tempo feudo del potentissimo boss Salvatore Lo Piccolo oggi guidato dai fratelli Nunzio e Domenico Serio, si era creato un asse privilegiato con la vendita di stupefacente per quasi mezzo milione di euro. Il rapporto tra le due cosche si irrigidisce però quando i palermitani non saldano la rimanenza di un debito per una partita di stupefacente di oltre 380 mila euro. “Ballano” quattromila euro e la somma, nonostante diversi incontri, non viene pagata. Così Capraro decide di interrompere la fornitura. Il colpo viene accusato dal mandamento “Tommaso Natale” che subisce un forte rallentamento degli affari. Una situazione che non piace al capomandamento Nunzio Serio, alias “Iachinu”, fedelissimo del boss Lo Piccolo: “fratello Nunzio non era rimasto tanto contento di “ragno” (l’alias di Pietro Capraro) e lui stesso … perchè praticamente … una volta che stavano recuperando … recuperando nel conto … lui non mandò più niente … … e lo bloccò totalmente”. Così il clan di Villaseta, per cercare di recuperare il debito, chiama in causa esponenti di rilievo del mandamento di Porta Nuova. Uno di loro – Stefano Comandè – interviene per conto del boss Tommaso Lo Presti, alias “u pacchiuni”. Lo Presti è un pezzo da novanta della mafia palermitana, tornato in libertà da poco, passato di recente alle cronache per aver festeggiato le nozze d’argento nella chiesa che ospita i resti del giudice Giovanni Falcone. Lo Presti è il “papà”, “colui che ha in mano le chiavi”. La situazione si deve sistemare e Comandè invita uno dei sodali di Tommaso Natale a saldare il debito: “ quando mi dici tu io intervengo … mi dice … eventualmente ci dobbiamo incontrare tutti, sicuramente e si mette un punto, un punto … anche un impegno minimo Ma’… mille euro al mese e si leva …” Un dato che per gli inquirenti testimonia il solido rapporto tra la cosca di Villaseta e quella di Porta Nuova. Comandè, intercettato, riporta le parole che si era scambiato con Capraro: “noi siamo una cosa sola, “papà” gli mostra anche … che “papà” …. gli mostra anche affetti di riflesso tramite noi e questo è tutto fratello. Tipo lui gli mostra affetto tramite noi … lui … lui dice: che giunge a noi … questo è tutto frate’… che giunge a noi … dimmi … dammi due, tre minuti … aspetto a te tranquillo. Gli ho detto io frate’. Secondo la Dda di Palermo, dunque, il Capraro aveva rimarcato che “loro”, ovvero la componente mafiosa agrigentina e quella di Porta Nuova fossero “una cosa sola” e legati da un reciproco affetto con quello che il Comandè indicava con il termine “papà” ovvero un soggetto a lui stesso sovraordinato che altro non può che essere che Tommaso Lo Presti. La situazione si risolverà con l’impegno dell’esponente del mandamento di Tommaso Natale a saldare il debito. L’uomo, però, aggiungeva il disappunto per l’intervento dei mafiosi di Porta Nuova che stavano prendendo le parti degli agrigentini: “no … e qua stiamo facendo e … e … e … e stiamo prendendo le difese a quelli di fuori che mi fa pure l’usura …”

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