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Passa attraverso la mafia agrigentina la latitanza di Matteo Messina Denaro

Passa attraverso i mafiosi agrigentini la latitanza di Matteo Messina Denaro che ha un radicato e inespugnabile rapporto ultratrentennale con boss della provincia di Agrigento.  Di Leo Sutera e della sua fedelissima vicinanza al punto di essere indicato come uno dei pochi “eletti” che poteva comparire al cospetto del super-boss di Castelvetrano si sapeva già […]

Pubblicato 7 anni fa

Passa attraverso i mafiosi agrigentini la latitanza di Matteo Messina Denaro che ha un radicato e inespugnabile rapporto ultratrentennale con boss della provincia di Agrigento. 

Di Leo Sutera e della sua fedelissima vicinanza al punto di essere indicato come uno dei pochi “eletti” che poteva comparire al cospetto del super-boss di Castelvetrano si sapeva già da tempo e gli investigatori hanno anche messo in conto che proprio Sutera custodisse in luoghi dell’entroterra belicino Messina Denaro.

Rosario Cascio

Adesso con il provvedimento di sequestro dei beni al commercialista Giovanni Savalle, torna prepotente in auge la figura del clan Cascio, di Santa Margherita Belice con fortissime radici a Partanna. Soprattutto Rosario Cascio, oggi ottantenne, viene radiografato come il vero e proprio cassiere (oltre che complice) di Matteo Messina Denaro. 

Giovanni Savalle

In passato Rosario Cascio ha subito condanne per mafia e un imponente sequestro di beni (insieme a Vitio) la cui elencazione dà l’esatta misura della potenza del personaggio mafioso buono per tutte le stagioni e sfuggito indenne ad innumerevoli guerre di mafia avvenute negli ultimi 40 anni. E sfuggito indenne persino ad una condanna a morte emessa, negli anni 80 nientemeno che da Totò Riina.

Tra i beni confiscati vi sono il compendio aziendale e il capitale sociale della “Calcestruzzi Belice srl”, “Siciliana conglomerati srl”, “Calcestruzzi srl”, “Atlas cementi srl”, “La Inerti srl”, “Vini cascio srl”. Altri beni, che insieme a quelli confiscati formavano un tesoro di circa 550 milioni di euro, che erano stati sequestrati ai familiari di Rosario Cascio sono stati dissequestrati. I beni erano stati sequestrati nel ’93, dissequestrati nel 2001 e nuovamente sequestrati nel 2009 e nel 2010 con un provvedimento “fotocopia” che mirava a non far rientrare l’indagato nella disponibilità del patrimonio che comprende, oltre alle società, 200 appezzamenti di terreno, che si trovano nelle province di Agrigento e Trapani, 90 fabbricati, 9 stabilimenti industriali tra cui diversi silos e 120 automezzi, 80 tra ville, appartamenti, palazzine e magazzini, e un’imbarcazione da diporto.

Rosario Cascio nel ’92 venne arrestato per mafia nell’ambito dell’inchiesta dei Carabinieri del Ros su mafia e appalti che coinvolse anche Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici del boss corleonese Totò Riina. Cascio venne più volte condannato e assolto, nei diversi gradi dello stesso giudizio, il reato di associazione mafiosa venne derubricato in associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta ma alla fine venne condannato a sei anni per mafia. 

Angelo Siino

Le indagini svolte negli anni, misero in luce che il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, ucciso col suo amico Filippo Costa il 20 agosto 1977 a Ficuzza (frazione di Corleone), venne assassinato per essersi interessato degli appalti per la costruzione della diga Garcia, in Sicilia. Il legame tra il delitto di Russo e le indagini del carabiniere sulle spartizioni dei subappalti, centinaia di miliardi di lire, che ruotavano attorno alla diga, è emerso più volte negli atti investigativi. I giudici agrigentini ora legano l’omicidio ai rapporti tra Russo e Cascio. L’imprenditore, che era finito nel calderone degli indagati per l’omicidio del colonnello, sarebbe stato in confidenza con Russo. 

Il colonnello Giuseppe Russo

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