Giudiziaria

“Riceve 36 scatole di caffè da detenuto”, condannato agente della polizia penitenziaria 

Diventa definitiva la condanna nei confronti di un cinquantaquattrenne di Canicattì, assistente capo della polizia penitenziaria

Pubblicato 2 mesi fa

Otto mesi di reclusione, pena sospesa, per essersi fatto consegnare dalla moglie di un detenuto trentasei scatole di caffè. Diventa definitiva la condanna nei confronti di un cinquantaquattrenne di Canicattì, assistente capo della polizia penitenziaria. Lo ha stabilito la sesta sezione della Corte di Cassazione in parziale accoglimento del ricorso avanzato dagli avvocati Vito Cangemi e Giuseppe Fabio Cacciatore. La vicenda risale al 2018. 

L’assistente capo era finito a processo con l’accusa di abuso d’ufficio e, in particolare, perché “nello svolgimento delle sue funzioni, in violazione di norme di legge e regolamento, che vietano al poliziotto penitenziario di comprare o vendere dai detenuti qualsiasi oggetto e di accettare dagli stessi mance o regali, nonché di entrare in rapporti di interessi con gli stessi, si era fatto consegnare dal detenuto, per il tramite della moglie, 36 scatole di 100 capsule di caffè, procurando a sé un ingiusto vantaggio patrimoniale”. 

In primo grado l’assistente capo agrigentino era stato assolto “perché il fatto non sussiste” dal gup del tribunale di Gela. La sentenza era stata impugnata dalla Procura generale di Caltanissetta sostenendo che la condotta dell’agente penitenziario “avrebbe procurato in maniera intenzionale un ingiusto vantaggio” oltre ad un “danno al prestigio e all’onore all’amministrazione di appartenenza”. La Corte di Appello di Caltanissetta, nel marzo dello scorso anno, ha così ribaltato la sentenza di primo grado condannando ad un anno di reclusione l’assistente capo. 

Nella giornata di ieri il caso è approdato in Cassazione che ha annullato, senza rinvio, la decisione della Corte di Appello di Caltanissetta rideterminando la pena (sospesa) in otto mesi di reclusione. 

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