Cinque omicidi e (ancora) nessun colpevole: i “cold case” di Licata

Redazione

| Pubblicato il martedì 18 Agosto 2020

Cinque omicidi e (ancora) nessun colpevole: i “cold case” di Licata

di Redazione
Pubblicato il Ago 18, 2020

Cinque brutali omicidi consumati dal tempo gridano giustizia a distanza di più di quindici anni dal primo efferato delitto. Una scia di sangue che dal 2004 ad oggi ha lasciato a terra cinque vittime stroncate da una furia omicida ad oggi senza responsabili. Persone, storie epoche diverse accomunate tutte da un unico elemento: (ancora) nessun colpevole. Grandangolo ripropone i cold case – i casi irrisolti – registrati a Licata negli ultimi quindici anni tra ombre, sospetti e sete di verità. Ecco le loro storie. 

ANGELO AIOLA. E’ il più datato degli omicidi irrisolti. Angelo Aiola è un ragazzo non ancora maggiorenne, figlio di una storica famiglia di panettieri di Licata. L’ultima volta che viene visto in vita è il giorno dopo ferragosto, 16 agosto 2004, in sella al suo scooter sulla centralissima via Gela. Era da solo e nessuno ha saputo, anche in seguito, chiarire quale fosse di preciso la destinazione del giovane. Si perdono le sue tracce, non rientra più a casa e sale la preoccupazione dei familiari che si rivolgono alle forze dell’ordine. Angelo, però, non si trova, i giorni passano in fretta e le voci si rincorrono: forse si è diretto verso Catania, altri ancora sostengono la tesi della “fuitina” d’amore in Germania. Cominciano così gli appelli dei familiari che, in preda alla disperazione, invocano addirittura l’aiuto della mafia: “Mi rivolgo alla mafia – disse all’epoca il padre ai giornalisti – se è presente sul territorio di Licata, per avere un aiuto per ritrovare il mio ragazzo e riavere così serenità”. Poco meno di tre mesi dopo la scomparsa – il 7 novembre 2004 – viene rinvenuto un cadavere bruciato nelle campagne tra Licata e Palma di Montechiaro, lungo la strada statale 115. Il dna conferma che si tratta di Angelo Aiola oltre al fatto di trovarsi davanti ad un omicidio. Nel 2009 l’ultimo sussulto giudiziario: dopo incessanti indagini, interrogatori e sospetti la Procura agrigentina chiede di archiviare il caso. Ancora oggi, a distanza di 16 anni dal brutale omicidio di un minorenne, non è stato scoperto l’assassino. 

GAETANO BOTTARO. Oltre ad essere ancora oggi a distanza di quattordici anni un caso irrisolto, l’omicidio dell’imprenditore Gaetano Bottaro, il cui corpo è stato rinvenuto la mattina del 3 agosto 2006, è uno dei più misteriosi verificatosi a Licata. Bottaro, 59enne incensurato, era un imprenditore abbastanza conosciuto a Licata per via di un noto negozio di articoli sportivi di sua proprietà. In una calda mattina d’agosto si reca in contrada Montegrande dove possiede un terreno in cui alleva cani. Forse per la troppa stanchezza, e per il caldo torrido, decide di riposarsi all’interno della sua Opel Corsa con tanto di sedile abbassato per stare più comodo. Improvvisamente una raffica di otto proiettili sparati dal lunotto posteriore dell’auto si abbatte sull’imprenditore. Ben quattro colpi sparati da una pistola calibro 7.65 lo centrano all’addome e al torace uccidendolo. A trovare il cadavere un agricoltore che passava da quelle parti. Anche in questo caso le indagini ancora oggi non hanno permesso di individuare il responsabile del delitto. 

I CONIUGI TIMONERI. Il duplice omicidio di Antonino Timoneri, ex dipendente del comune di Licata e sindacalista, e della moglie Rita Di Miceli, è forse ancora oggi il delitto che più ha scosso la comunità licatese e l’opinione pubblica per le modalità di esecuzione con cui sono stati uccisi due ultra-ottantenni indifesi. E’ il pomeriggio del 20 ottobre 2010 quando poco dopo le 19 viene lanciato l’allarme al centralino della polizia da alcuni residenti di via Marotta, nel quartiere San Paolo di Licata, che riferiscono di strazianti urla provenire da una elegante villetta. E’ la casa dei coniugi Timoneri. Una coppia benestante del popoloso centro agrigentino: ex dipendente comunale con una carriera nel sindacato lui; casalinga originaria di Amatrice, lei. Quando le forze dell’ordine arrivano sul posto trovano davanti i loro occhi una scena da film thriller: il cadavere della donna adagiato sulle scale nel tentativo di una disperata fuga; il corpo del marito in una stanza del piano di sopra. Entrambi sono stati uccisi con una coltellata alla gola. La casa è stata messa a soqquadro e tutti gli indizi portano ad una rapina violenta finita nel sangue. Tanti i dettagli che vengono raccolti dagli inquirenti. La porta d’ingresso non presentava forzature, segno che le vittime hanno aperto ai propri carnefici o perché conoscenti o perché raggirati magari con l’inganno. Fatto sta che all’interno della casa è sicuramente più di una persona ad operare, circostanza questa riscontrata anche dalle modalità dei due brutali omicidi. Infine, chi è entrato in casa sapeva della presenza di una cassaforte (e di quello che poteva custodire) che è stata svuotata trovando le chiavi in possesso della moglie. A distanza di dieci anni dal duplice omicidio, e serrate indagini che nel corso del tempo si sono compiute, non si conoscono i responsabili del duplice omicidio. 

ANGELO TRUISI. E’ il più recente dei cold case sebbene, rispetto agli altri finora analizzati, è la vicenda che più delle altre ha registrato sussulti investigativi nel corso del tempo. Angelo Truisi, fabbro di 23 anni, scompare da Licata il 2 gennaio 2014. Il suo cadavere viene rinvenuto diciannove giorni più tardi in contrada Nicolizia, in un casolare abbandonato tra Gela e Licata. L’autopsia rivelerà che il giovane è stato prima picchiato, poi ucciso con un colpo di fucile calibro 12 all’addome, e successivamente dato alle fiamme. Un efferato delitto che, fin dall’inizio, induce gli inquirenti ad indagare nel mondo della droga e dei piccoli pusher di Licata. La polizia nel più fitto riserbo arriva ad una svolta e otto mesi più tardi arresta tre persone ritenute responsabili dell’efferato delitto. Sono due licatesi appena maggiorenni – Diego Catania, 22 anni, Angelo Cannizzaro, 20anni – e Salvatore Gueli, 39enne di Gela. Quest’ultimo è stato rintracciato e arrestato a Colonia, in Gemania. Per gli inquirenti sono loro tre gli autori dell’omicidio che sarebbe maturato per un mancato pagamento di una partita di droga quantificabile in poche migliaia di euro. Dopo gli arresti che sembrano aver chiarito tutti gli interrogativi della vicenda il Tribunale del Riesame, a cui si erano rivolti i tre indagati che si sono sempre professati estranei ai fatti, annulla i provvedimenti “smontando” di fatto il quadro accusatorio, ritenuto insufficiente. A distanza di sei anni dall’omicidio, nonostante indagini e arresti (poi annullati), i responsabili non sono stati assicurati alla giustizia italiana. 

di Redazione
Pubblicato il Ago 18, 2020


Copyright © anno 2020 - Edizioni Grandangolo - Via Mazzini, 187 - 92100 Agrigento;
Numero di telefono 0922822788 - Cell 351 533 9611 - 92100 Agrigento - Codice Issn: 2499-8907 -
Iscrizione R.O.C.: 22361 - Registrazione al Tribunale di Agrigento n. 264/04

Change privacy settings

Realizzazione sito web Digitrend Srl