Licata, usura mafiosa: alcune vittime rompono silenzio, altre non formalizzano accuse

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Licata, usura mafiosa: alcune vittime rompono silenzio, altre non formalizzano accuse

di Redazione
Pubblicato il Mag 13, 2019
Licata, usura mafiosa: alcune vittime rompono silenzio, altre non formalizzano accuse

Minacce, tassi usurari che sfioravano il 300% aggravato dal metodo mafioso: sono queste le accuse mosse dal sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo Claudio Camilleri che ha disposto il fermo nei confronti di Nino Greco, 49 anni, e del figlio Paolo, 22 anni, già arrestato lo scorso marzo per aver esploso diversi colpi di arma da fuoco all’indirizzo dei poliziotti del commissariato di Licata. 

Un’attività di indagine, quella svolta dagli agenti della Squadra Mobile di Agrigento guidata da Giovanni Minardi, condotta nel più assoluto riserbo e in un contesto che definire difficile sarebbe alquanto riduttivo. Ci è voluto tutto l’aiuto ed il supporto dell’associazione Fai Antiracket, coordinata da Renzo Caponnetti, a scalfire il muro di omertà costruito a Licata: impiegati, disoccupati, liberi professionisti. Erano tutti caduti nella rete di usura messa in piedi dai Greco che, per riavere i soldi prestati, non temevano di portare avanti azioni anche clamorose. L’ultima era prevista per la giornata di domenica. Non c’è stata, per fortuna, grazie all’intervento della Squadra Mobile.

“Licata Svegliati”. E’ questo il messaggio che ha voluto lanciare il capo della squadra mobile Minardi: fin da gennaio l’attività di indagine aveva messo a fuoco la spirale di paura che le “vittime” avevano nel denunciare i propri aguzzini: ancora oggi, molti di loro, non hanno avuto il coraggio di rompere il muro di silenzio e formalizzare le accuse. 



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