Sanità sei davvero sana? Per il nuovo assessore impegno gravoso
Ce lo domandiamo alla vigilia della nomina del nuovo assessore regionale a uno dei rami più complessi. In Sicilia l’affare sanità non è mai stato semplice. Anzi. Nell’ambita poltrona, difficilmente si sono accomodati dei tecnici ed anche le rare volte che è successo non hanno avuto vita facile. E’ storia: la Sicilia terra di scandali […]
Ce lo domandiamo alla vigilia della nomina del nuovo assessore regionale a uno dei rami più complessi. In Sicilia l’affare sanità non è mai stato semplice. Anzi. Nell’ambita poltrona, difficilmente si sono accomodati dei tecnici ed anche le rare volte che è successo non hanno avuto vita facile.
E’ storia: la Sicilia terra di scandali sanitari, di inchieste spinoso, di cliniche chiuse in fretta e furia, di affari privati mischiati a quelli pubblici. Nei sussurri, su questa prima nomina di Giunta, si confermerebbe una tendenza. In pole position vi sono due avvocati: uno è Ruggero Razza, classe 1980, da sempre militante in ambienti di centro-destra e fedele delfino di Musumeci.
L’altro è il deputato ragusano Giorgio Assenza, sessantenne, eletto tra le fila di Forza Italia. Potrebbe spettare a uno dei due la patata bollente di rimettere a posto uno dei tanti nervi scoperti di questa terra. Che l’Isola non sia mai stata la stella polare della sanità pubblica è un dato di fatto. Lo confermano gli annuari dell’Istat, che hanno da sempre relegato la nostra regione nella lista nera.
Nel 2016, addirittura, sapere che la Sicilia si trovasse in zona play off e non definitivamente all’ultima posizione della classifica, aveva quasi fatto gridare al successo. In contraltare, però, arrivava un libello diffuso dall’Ordine nazionale dei medici. Il fascicolo proclamava un triste primato: la Sicilia, insieme alla Calabria, nel 2016, elette come le due regioni dove si sono verificati più errori medici. Su 570 errori totali, ben 117 si sono verificati nell’Isola. Il dato scoraggiante, veniva però spiegato in termini di carenze di personale, di attrezzature obsolete, di insufficienze strutturali nei presidi ospedalieri. In buona sostanza non era solo colpa dei medici. Premesse spigolose per chi dovrà sedere nello scottante scranno.
Per capire quale sarà l’abbecedario, sul quale dovrà studiare il nuovo assessore, abbiamo fatto un’indagine in giro per cliniche, presidi pubblici e financo centri di vaccinazione.
Siamo al Cup dell’ospedale Civico di Palermo. Ore 11: le code per le prenotazioni sono lunghissime al punto da demoralizzare gli ultimi arrivati. Ogni giorno si staccano intorno a 1000 biglietti, per otto sportelli attivi. A un certo punto della mattinata, però, la macchinetta non eroga più numeri. La cosa si complica quando, agli utenti dell’Arnas Civico, si aggiungono quelli del Di Cristina, il cosiddetto Ospedale dei Bambini. Che i presidi siano figli di una stessa madre si sa da tempo, la qual cosa, però, sovraccarica spesso gli sportelli Cup del presidio centrale. Perché?
Un utente si sfoga: “Per diverso tempo, il Cup del Di Cristina è stato chiuso (contingenza verificata, ed il riferimento è a parte del 2016 e a parte del 2017). Immaginatevi quindi il bel da fare. Per una visita, da svolgersi in zona Albergheria, bambino al seguito, si doveva prima pagare il ticket al Civico, ad almeno un paio di km di distanza. Questo succede ancora, quando, al Cup del Di Cristina, c’è un disservizio. Per non parlare del fatto che, per diverso tempo, sempre al Di Cristina si poteva pagare solo con il bancomat. Il caso limite era riuscire a fare la fila, pagare e poi tornare all’Ospedale dei bambini ma non trovare più il medico perché l’orario fissato per la visita era passato da un pezzo”. Anomalie tutte sicule? Può darsi.
Come quello che succede in tanti centri vaccinazioni di Palermo. La mattina, all’alba, un informale astante compila una lista con i nomi dei bimbi. A elenco completo, una volta aperti gli uffici del centro vaccini, si va con la spartizione dei biglietti effettivi, seguendo però l’ordine ufficioso compilato da chissà chi. A inizio anno scolastico, quando era corsa a mettersi a posto con le vaccinazioni, le file iniziavano già a notte inoltrata. Una volta finì anche alle mani, con le forze dell’ordine accorse per verificare torti e ragioni.
A Milano, per fare un esempio, i vaccini si prenotano per tempo. Giorno, ora, luogo. Tutto semplice e molto snello. Tutto lontano anni luce da qui.
Altro giro e altra corsa.
Pronto soccorso dell’ospedale Villa Sofia. Ore 19 e 30. Intervistiamo un sessantenne. È pallido, si è recato lì su suggerimento del medico di guardia: pressione arteriosa 180 su 100, conati di vomito e sudorazione.
“Temo l’infarto. Sono in codice giallo. Ma sono qui da due ore ormai. Mi hanno fatto un primo controllo e mi hanno detto di aspettare”.
La sala d’attesa è piena a uovo. Non basta a contenere la gente e le barelle, financo il rumore continuo delle sirene delle ambulanze. Non sappiamo quando verrà visitato il povero sessantenne. Una tizia, però, ci racconta che in un altro notissimo ospedale della città, un paio di anni prima, lei stessa era scampata, “per grazia di Dio”, a un epilogo drammatico. “Era l’alba. Tre ore in sala d’attesa con un forte mal di testa. Mi dicevano fosse solo ansia. E poi era ischemia cerebrale. Per fortuna mi sono salvata e ora la racconto. Ma se quelle tre ore fossero state fatali? Oggi non sarei qui. I miei figli non avrebbero più una madre”.
Ci spostiamo in una guardia medica centralissima, quella di via D’Azeglio, a due passi da via Libertà. Lì le cose vanno meglio. Ci sono due medici e una fila snella di pazienti. Qualcuno in sala d’attesa ci rassicura: “Di solito si viene qui prima di andare al pronto soccorso. I medici sono bravi e cortesi. Questo presidio funziona bene”.
La stessa cosa non si può dire quando si tocca il tasto delle prenotazioni per le visite specialistiche.
Andiamo in un noto istituto clinico convenzionato con il sistema sanitario nazionale. Prenotiamo un elettrocardiogramma indicato per tachicardia, con priorità programmata. La prima data utile che ci viene suggerita è marzo 2018. Chiediamo spiegazioni. La signorina della reception è perentoria, pare ci stia facendo una cortesia: “i tempi sono questi”. Incalziamo: “e se avessimo un’indicazione di urgenza?”.
Risposta: “in questa struttura non potremmo aiutarla prima dicembre. Abbiamo già fatto posto a tutte le urgenze possibili. Potrà comunque rivolgersi altrove”.
Ci spostiamo in un’altra clinica e lì incontriamo una mamma con bimbo di un anno al seguito: “Sono qui per un ecocardiogramma. Deve farlo il mio bambino. È nato con un soffio al cuore. Nulla di grave, ma va monitorato. All’ospedale i tempi erano di ben otto mesi. Stiamo facendo l’esame a pagamento, appena 200 euro. Ma per i figli questo ed altro”.
Fa eco un tizio: “io sono qui invece per togliere un neo. Lo avete saputo che all’ospedale Civico non c’è più il reparto di dermatologia. Peccato. Era ottimo. Chissà perché lo hanno tolto”?
La risposta è nei tagli. Stringenti ed a volte incomprensibili. Reparti chiusi, altri carenti di macchinari. “In alcuni centri di Ostetricia e ginecologia della città manca l’ecografo in sala parto”. Ci racconta una donna in dolce attesa. Assurdo? Succede.
Abbiamo citato una sequenza di casi, che sono all’ordine del giorno quando si parla di sanità siciliana. Sono sintomi di qualcosa che non va e non va da sempre. Ieri che è uguale a oggi e che, ci si augura, non sia uguale a domani.
Il nuovo assessore riuscirà a fare meglio. Glielo auguriamo. Ammesso che lui, ed il resto della giunta, vengano nominati in quei tempi brevi che gli elettori meritano, per iniziare a essere, si spera, ben governati.





