Agrigento

Maddalusa e la promessa del “minimo vitale”, l’Ati idrico: “Norma non applicabile”

La legge regionale prevede il supporto solo per chi è utente del gestore unico d'ambito, anche perché a pagare quell'acqua sono i contribuenti

Pubblicato 55 minuti fa

Come se non bastasse il Consiglio comunale aperto convocato per il prossimo 27 agosto che, nei fatti, non sposterà una sola goccia d’acqua in favore dei residenti di Maddalusa e, sulla carta, di tutti i residenti in abitazioni prive di conformità urbanistica dell’Ambito idrico, c’è chi continua a indicare norme e leggi come risolutive anche se gli organismi preposti all’attuazione delle stesse sembrano avere un’idea molto, molto diversa.

Un corto circuito che alimenta comprensibili speranze in chi, abusivo o no, da tre mesi vive una situazione certamente non facile e sa che, prima o poi, il contesto potrà anche peggiorare: non solo per l’accelerazione sulle demolizioni degli immobili già colpiti da provvedimenti esecutivi, ma anche per la possibilità concreta che i gestori dei servizi a rete (parliamo in questo caso dell’energia elettrica) si accorgano di rifornire da decenni case prive di conformità urbanistica.

Un passo indietro: nelle scorse settimane il Consiglio comunale di Agrigento vota un atto all’unanimità che impegnava il sindaco Michele Sodano ad attivarsi per riconoscere ai cittadini di Maddalusa (in realtà, come dicevamo, anche altre contrade rientrano in zona A, ma ad oggi non si hanno notizie di disservizi o proteste) il “minimo vitale” di acqua. Questo sarebbe dovuto accadere in virtù di due principi: una risoluzione Onu del 2010 la A/64/L.63/Rev.1, con cui l’Organizzazione delle Nazioni unite riconosce per la prima volta l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari come un diritto umano fondamentale, essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani ma che, appunto, non è esattamente pensata per la situazione di un borgo abusivo a cui l’acqua non si fornisce in applicazione di una norma, con residenti che sono – diversamente da circa 800milioni di persone nel mondo – comunque nelle condizioni di accedere ad acqua potabile per bere e lavarsi; e una norma locale, la legge regionale 19 del 2015, sul sistema idrico che riconosce il diritto a 50 litri pro capite al giorno.

Cosa dice letteralmente la norma? Se nelle premesse spiega che la Regione punta a garantire “l’erogazione giornaliera per l’alimentazione e l’igiene umana di un quantitativo minimo vitale pari a 50 litri per persona per tutti i residenti” spiega poi che per garantire questo minimo vitale “nelle convenzioni di affidamento del servizio idrico integrato è previsto un Fondo di solidarietà a sostegno dei soggetti meno abbienti utilizzato, secondo modalità definite dalle Assemblee territoriali idriche, esclusivamente per il pagamento delle bollette afferenti al servizio idrico integrato”. Quindi, non si garantisce l’acqua a prescindere, ma si crea un fondo, con i soldi versati dai cittadini, per pagare anche per chi non può. O almeno, a leggere la norma, così sembrerebbe.

Per toglierci ogni dubbio ci siamo quindi rivolti a Enzo Greco Lucchina, direttore generale dell’Ati idrico di Agrigento. La domanda che gli abbiamo rivolto è semplice: l’Ati e l’Aica possono riconoscere il minimo vitale a persone che non hanno una utenza idrica, come nel caso di Maddalusa?

“No, non è possibile – ci risponde il dirigente -. La normativa ribadisce l’unicità della gestione come principio fondamentale. Quindi l’unico che può fornire acqua è AICA e deve garantire il minimo vitale, che non è un riconoscimento del diritto all’accesso all’acqua a qualunque essere umano ma soltanto agli utenti. Anche i Comuni stessi gestiscono l’acqua attraverso l’ente di governo d’ambito a cui obbligatoriamente aderiscono. Quindi se l’utente non esiste, perché è un utente non contrattualizzato con AICA non può avere l’acqua dal gestore, in nessuna sua forma”.

Certo, si dirà, le leggi si interpretano. A volte pure si cambiano. Ma viene da chiedersi perché prospettare come semplice, immediato, facilmente realizzabile, qualcosa che potrebbe non esserlo. E soprattutto perché farlo con persone che, a prescindere da tutto, sono in una condizione esasperante di carenza idrica? Perché il Consiglio comunale ha deliberato, tutto, compresi coloro che sostengono il sindaco Michele Sodano, per far applicare una norma che in realtà non si applicherebbe? Soluzioni, probabilmente, ce ne sono ben altre. Oppure no.

Ma serve coraggio e determinazione, ma soprattutto, serve uscire dall’ambiguità. Perché continuare a giocare a nascondino su un tema così rilevante a divisivo, forse, non è un buon servizio che si fa alla città.

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