Cronaca

Immigrazione e terrorismo, a Lampedusa vertice capi polizie: “Più contrasto a tratta”

Un contrasto sempre più efficace alla tratta di esseri umani, l’identificazione di tutti coloro che sbarcano e la necessità di fermare ogni forma di criminalità che, nei paesi europei, ruota attorno alle organizzazioni che gestiscono il traffico delle migliaia di disperati che dall’Africa tentano di raggiungere l’Europa. I capi delle polizie di nove paesi che […]

Pubblicato 9 anni fa

Un contrasto sempre più efficace alla tratta di esseri umani, l’identificazione di tutti coloro che sbarcano e la necessità di fermare ogni forma di criminalità che, nei paesi europei, ruota attorno alle organizzazioni che gestiscono il traffico delle migliaia di disperati che dall’Africa tentano di raggiungere l’Europa.
I capi delle polizie di nove paesi che affacciano sul Mediterraneo si ritrovano a Lampedusa, l’isola simbolo della tragedia dell’immigrazione, per tentare di trovare una strada comune per affrontare un fenomeno che durerà ancora per molto tempo.
Attorno al tavolo voluto dall’Italia ci sono Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia, Slovenia, Malta e Cipro.
Con un obiettivo comune, che il capo della Polizia Franco Gabrielli sintetizza così: “Siamo un po’ stanchi di fare analisi, più che sviscerare le ragioni dei fenomeni, che conosciamo bene, dobbiamo individuare, affrontare le criticità, e dare risposte”.
Ecco perchè non si parla di strategie politiche ne’ di accoglienza, temi che competono ad altri tavoli, ma soltanto di misure operative.
“Perchè noi siamo il pronto soccorso, dice Gabrielli indicando il punto fermo da cui si parte: il Mediterraneo rappresenta oggi “una delle principali criticità non solo del nostro continente ma dell’intero pianeta”. Tre sono dunque le priorità che vengono individuate dai capi delle polizie al termine della riunione: innanzitutto un contrasto sempre maggiore alla tratta di esseri umani “perchè al di là degli esiti negativi che l’immigrazione clandestina produce sulle nostre società – dice Gabrielli – bisogna mettere al centro delle nostre attenzioni le persone che lucrano sulle vite umane”.
E poi ancora la necessità di identificare tutti i soggetti che arrivano in Europa, “che devono essere tracciati perchè possono rappresentare un pericolo per la sicurezza”, e la lotta alle forme di criminalità che girano attorno alla tratta. Una battaglia che non può prescindere da un ruolo centrale di Malta.
“Non vi sono frizioni con l’Italia – dice il consigliere ministeriale del capo della Polizia Andrew Seychell – lavoriamo ogni giorno con i colleghi italiani e speriamo di estendere ancora questa cooperazione”.
Al termine della riunione, i nove firmano una dichiarazione di intenti: migliorare lo scambio di informazioni operative, incrementare la collaborazione, realizzare progetti comuni, formare le forze di polizia.
“Questa dichiarazione – conclude Gabrielli – è il vestito che si dà a questo tipo di incontri. L’importante è che sotto questo vestito ci sia la sostanza, cioè l’impegno ad incontrarci costantemente per affrontare le situazioni specifiche che possano rappresentare le criticità dei singoli paesi”.
Contro una minaccia sempre più imprevedibile e che ormai detta l’agenda al mondo intero, servono informazioni precise, efficaci e dirette e non un’ “alluvione” di notizie “spesso generiche” che rendono ulteriormente complicato il lavoro già impossibile degli apparati di sicurezza. Il capo della Polizia Franco Gabrielli, nel giorno in cui anche l’Iran è vittima della follia jihadista, va dritto al cuore del problema portato ancora una volta alla luce da quanto accaduto sul London Bridge. Sapendo bene che è proprio questa la difficoltà maggiore: riuscire a selezionare nel mare magnum delle segnalazioni e degli alert che ogni giorno invadono i tavoli degli apparati di sicurezza quelle davvero degne di interesse investigativo.
Un problema che riguarda tutti e che tocca un tema “estremamente complesso e diverso da paese a paese”: ce ne sono alcuni, e’ ad esempio il caso dell’Inghilterra, della Francia, del Belgio, “dove le segnalazioni sono innumerevoli e le situazioni più pericolose” e altri, come l’Italia, “in cui ce ne sono meno ed è più semplice gestirle”. Ecco perchè gettare la croce sui servizi di sicurezza inglesi sarebbe soltanto un “esercizio sterile” che non affronta la vera questione. Che e’, appunto, quella di uscire da un “flusso informativo a volte alluvionale e per sua natura generico”. Anche perche’, spiega Gabrielli a margine dell’incontro dei capi delle polizie dei paesi del Mediterraneo a Lampedusa, molti soggetti “spesso vengono segnalati per percorsi di radicalizzazione che non da subito possono pero’ essere apprezzati per la loro pericolosita’” e, cosi’ facendo, si corre il rischio di “considerare pericolose persone solo piu’ sensibili a certi temi e argomenti”. Il rovescio della medaglia e’ che non sempre si riesce a capire in maniera preventiva il percorso di radicalizzazione: e quando lo si capisce spesso e’ troppo tardi. “C’e’ una tendenza a comunicare alert che poi vanno a popolare i database che tutti noi utilizziamo – prosegue il capo della Polizia – Se noi mettessimo in fila le migliaia di segnalazioni che quotidianamente arrivano sui nostri tavoli rispetto agli esiti che poi ne scaturiscono, avremmo la rappresentazione plastica dello spread tra cio’ che si teme e cio’ che accade”. Un po’ quello che succede nel nostro paese tra sicurezza reale e sicurezza percepita: da tempo tutti gli indicatori segnalano una delittuosita’ in calo, specie dei reati piu’ fastidiosi per i cittadini, ma la percezione tra la gente resta quella di vivere in un paese insicuro. Come si cambia questa situazione? Rendendo davvero efficace lo scambio di informazioni e, soprattutto, facendole circolare nei tempi e nei modi giusti. Senza dover ricorrere a nuove norme. “Noi italiani immaginiamo sempre che la norma sia risolutiva di tutti i problemi, ma non e’ cosi’. Sono molto cauto sotto il profilo della bulimia normativa” dice Gabrielli ribadendo che in molte situazioni, ultima proprio quella di Youssef Zaghba, il confine tra rischio e pericolo reale “e’ sempre molto incerto e labile” e, dunque, la norma servirebbe a poco. Quel che e’ certo e’ il limite che non va superato: “il prezzo che non possiamo pagare – conclude il capo della Polizia – e’ la compressione eccessiva delle nostre vite e delle nostre liberta’”. Valicando quel confine, infatti, chi ha colpito a Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza, Londra e oggi Teheran, avrebbe vinto la sua folle battaglia.
mi-piace

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