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Il boss Vetro intercettato: “L’ho fatto entrare in massoneria, gli ho fatto conoscere la politica”

Vetro venne arrestato la prima volta nel 2012 e nella sua abitazione furono trovate due tessere di appartenenza alla “Gran Loggia d’Italia”. Oggi si riaprono le porte del carcere e in una intercettazione si parla ancora di massoneria e politica

Pubblicato 2 ore fa

Tessera numero 1996 e tessera numero 31962. È il 26 giugno 2012 e la Squadra mobile di Agrigento bussa alla porta di Carmelo Vetro, figlio del boss ergastolano Giuseppe, storico capo di Cosa nostra di Favara, per arrestarlo. Da pochi minuti è scattata l’operazione “Nuova Cupola”, il maxi blitz che ha smantellato i progetti di riorganizzazione della mafia agrigentina all’indomani delle catture dei super-latitanti Giuseppe Falsone e Gerlandino Messina. I poliziotti, dopo aver notificato il mandato di arresto a Vetro, gli perquisiscono la casa e trovano due documenti di interesse investigativo: la tessera numero 1996 e quella numero 31962 della “Gran Loggia d’Italia”, la più grande obbedienza massonica del Paese istituita nel 1910. Per questi fatti Vetro sconterà nove anni di carcere per essere ritenuto uomo d’onore della famiglia mafiosa di Favara. 

Tornato libero nel 2019, aveva intrapreso l’attività di imprenditore. Teoricamente, visti i precedenti, non poteva ottenere nessun appalto pubblico. Praticamente, così come emerso nell’ultima inchiesta, avrebbe messo le mani – tramite persone “pulite” – su almeno quattro gare. Per Vetro le porte del carcere si sono riaperte l’altro ieri, arrestato insieme al dirigente regionale Giancarlo Teresi con l’accusa di corruzione aggravata. Nella stessa inchiesta è coinvolto anche il supermanager Salvatore Iacolino, indagato a piede libero per concorso esterno in associazione mafiosa proprio per i “rapporti pericolosi” con Vetro. La procura di Palermo ne è certa: il contesto in cui opera il boss favarese non è soltanto mafioso ma anche massone. Proprio quel sistema di relazioni gli avrebbe permesso di “bucare” e condizionare la pubblica amministrazione fino ad arrivare ad interloquire ai più alti livelli. 

Ed è lo stesso Carmelo Vetro, invero, a parlare di massoneria e politica. Nel suo cellulare è stato installato un trojan che permette agli investigatori di sentire ogni sua parola. È il 14 luglio 2025 e il boss favarese si trova a parlare in un locale di Canicattì con un altro imprenditore agrigentino. I due si lasciano andare a reciproche confidenze e sfoghi personali relativi a rapporti non facili con stretti congiunti. Vetro, in particolare, palesava la sua delusione per un parente che, dopo il suo arresto in “Nuova Cupola”, sarebbe di fatto sparito: “Aveva un pezzo di auto che spingeva per metterla in moto..io gli ho dato l’impresa, l’ho fatto entrare in massoneria, gli ho fatto conoscere la politica..gli ho ceduto il cinquanta per cento della mia società..lui non solo mi ha rinnegato, non solo non mi ha aiutato..”

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