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La Stidda e la catena di supermercati di Licata: “Quando li toccò mi mandarono a chiamare i Pace di Palma..”

Il pentito Cavallo svela l’intervento del gruppo stiddaro dei Pace quando un affiliato di Gela fece “pressioni” su degli imprenditori di Licata

Pubblicato 2 ore fa

In quasi duecento pagine di verbali del nuovo collaboratore di giustizia Giuseppe Cavallo, figlio dello storico boss della Stidda Aurelio Cavallo, sono tantissimi i riferimenti alla provincia di Agrigento, territorio in cui il fenomeno stiddaro è radicato da decenni nonostante la sanguinosa guerra con Cosa nostra tra gli anni ottanta e novanta. Il pentito – che sta svelando trame, dinamiche e fatti ai pm della Dda nissena Claudia Pasciuti e Davide Spina – in uno dei verbali parla anche del clan Pace di Palma di Montechiaro, storica famiglia della Stidda agrigentina (conosciuta anche come “paracco” ndr) recentemente colpita duramente dall’inchiesta “Oro Bianco”. Il collaboratore di giustizia Giuseppe Cavallo ha raccontato, in particolare, un episodio che ha visto (secondo la sua ricostruzione al vaglio degli inquirenti) l’intervento del clan palmese per risolvere una “questione” legata ad una catena di supermercati. 

Ecco cosa dice il 20 febbraio 2025 davanti i pm dell’antimafia:A Gela ci sono 5/6 supermercati a insegna “PaghiPoco”. Un amico di Bruno Di Giacomo, che aveva un panificio e che si chiama Enzo, aveva chiesto al Di Giacomo di cercare di inserirlo nei supermercati in questione per la fornitura del pane. Bruno, per favorire questo inserimento, parlò con tale Rocchetta, titolare del citato supermercato, soggetto di Licata. Rocchetta rispose in malo modo a Di Giacomo, dicendogli di non essere interessato a chi fosse. Bruno se ne andò adirato e chiamò i ragazzi, ossia Gaetano Marino ed altri, perché voleva incendiare i supermercati di Rocchetta. Io lo invitai ad attendere qualche giorno, per evitare di farsi arrestare, visto che la discussione con Rocchetta si era appena verificata. Dopo qualche giorno, mi mandarono a chiamare i Pace, stiddari di Palma di Montechiaro, che dicevano che il Rocchetta era soggetto vicino a loro. Contemporaneamente, un latitante di cosa nostra del territorio di Agrigento contattò direttamente Di Giacomo. Potrebbe essere il Falzone (Giuseppe Falsone ndr) del quale mi fate menzione. Io fui contattato tramite un soggetto di Palma di Montechiaro che vendeva salumi e latticini. Io parlai con Bruno di questa vicenda, invitandolo alla calma, dal momento che eravamo stati contattati sia dalla stidda che da cosa nostra dei paesi limitrofi: in un’ottica di scambio di favori, non conveniva inimicarseli. Passò qualche mese ed io presi contatti con il nipote di Rocchetta, un soggetto di Licata che dirigeva i supermercati: quest’ultimo si mise a disposizione, tanto è vero che io ipotizzai di far assumere mia sorella in uno degli esercizi commerciali, ma lei poi rinunciò. Nel frattempo Bruno era stato arrestato: lui stesso avrebbe voluto far assumere la moglie dalla quale poi si è separato. Alla fine, nessuno è stato inserito nel supermercato e la vicenda della fornitura del pane è naufragata perché era una questione di interesse del solo Bruno che, come ho detto, poi è stato arrestato.”

Lo stesso Cavallo, quando gli viene mostrata la foto di uno dei Pace, aggiunge:Ci conosciamo per nome perché, quando era in libertà, ci contattammo tramite intermediari. Ci conoscevamo abbastanza bene perché i Pace sono storici stiddari di Palma di Montechiaro. Era un punto di riferimento sul territorio. In particolare, quando Bruno Di Giacomo è andato a toccare i supermercati Paghi Poco è stato proprio Pace a mandare un suo intermediario per venire a parlare con noi. Come ho detto, siamo stati noi a far ragionare Bruno perché ritenevamo di non dover entrare in contrasto con gli stiddari di Palma di Montechiaro.”

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