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La mafia di Canicattì e la nuova Stidda, 7 condanne 

Tra i condannati il boss ergastolano Falsone, capo della mafia agrigentina, Antonino Gallea, mandante dell’omicidio del giudice Livatino, Gioacchino Rinallo, tra i più spietati killer della Stidda

Pubblicato 21 minuti fa

Sette condanne per oltre un secolo di carcere. I giudici della prima sezione della Corte di appello di Palermo, presieduta da Adriana Piras, hanno confermato la sentenza di primo grado nel processo (rito ordinario) scaturito dalla maxi inchiesta Xidy, l’operazione dei carabinieri del Ros che nel 2021 fece luce sulla riorganizzazione della Stidda in provincia di Agrigento e sul mandamento mafioso di Canicattì. Sul banco degli imputati boss di primo piano di Cosa nostra e Stidda agrigentina, uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Livatino, un ergastolano in semilibertà e anche un ex ispettore della Polizia di Stato. Le condanne: 22 anni di carcere al boss Giuseppe Falsone, ritenuto ancora oggi il capo indiscusso di Cosa nostra agrigentina; 28 anni di carcere (in continuazione con una precedente condanna) ad Antonio Gallea, già condannato all’ergastolo per essere stato uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino; 30 anni di carcere (in continuazione con una precedente condanna) per Santo Gioacchino Rinallo, anche lui ergastolano in semilibertà, ritenuto uno dei killer più efferati della Stidda; 29 anni di reclusione per Antonino Chiazza, originario di Palma di Montechiaro ma considerato il nuovo capo della Stidda di Canicattì; 18 anni di reclusione per Pietro Fazio, accusato di far parte degli stiddari; 1 anno e 4 mesi per Stefano Saccomando; 12 anni di reclusione per Filippo Pitruzzella, ex ispettore della Polizia di Stato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

I BOSS DI COSA NOSTRA E STIDDA

Ventidue anni di reclusione sono stati inflitti a Giuseppe Falsone, ergastolano di Campobello di Licata, ritenuto ancora oggi il capo indiscusso di Cosa nostra agrigentina. Falsone è stato catturato nel 2010 a Marsiglia dopo oltre dieci anni di latitanza. Secondo l’accusa, che ha trovato riscontro nel primo grado di giudizio, avrebbe continuato a guidare la cupola nonostante si trovi ancora oggi in regime di 41bis. La pena più alta (29 anni) è stata inflitta, invece, ad Antonino Chiazza. Chiazza, originario di Palma di Montechiaro, è ritenuto il capo della “nuova” Stidda di Canicattì, organizzazione che dopo essersi scontrata militarmente con Cosa nostra, sarebbe tornata in auge facendo affari con la stessa. 

IL MANDANTE DELL’OMICIDIO LIVATINO E IL KILLER DELLA STIDDA

Ventotto anni e trent’anni di reclusione (in continuazione con vecchie condanne) sono stati inflitti rispettivamente ad Antonio Gallea e Santo Gioacchino Rinallo. Entrambi sono ergastolani in semi-libertà già condannati in via definitiva per la partecipazione alla Stidda. Gallea è uno dei mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990; Rinallo, uno dei killer più spietati dalle Stidda, è stato condannato all’ergastolo per il duplice omicidio dei fratelli Ribisi, esponenti di primo piano di Cosa nostra di Palma di Montechiaro. Sia Gallea che Rinallo, dopo aver scontato ininterrottamente venticinque anni di carcere, avevano ottenuto permessi premio in nome di un presunto ravvedimento. Il primo faceva volontariato e aveva intrapreso un percorso di studi mentre il secondo era diventato un cuoco e cantava in un coro gospel.

LE CONDANNE GIÀ DEFINITIVE

Nove le condanne già divenute irrevocabili: 9 anni, un mese e 23 giorni di reclusione ad Angela Porcello, ex avvocato penalista agrigentina, ritenuta la cassiera del mandamento; 20 anni di reclusione a Giancarlo Buggea, ex compagno dell’avvocato, ritenuto tra gli uomini d’onore più influenti dell’intero mandamento; 23 anni di reclusione al potente boss Lillo Di Caro, considerato il capo indiscusso del mandamento di Canicattì, secondo soltanto al boss ergastolano Giuseppe Falsone (giudicato con il rito ordinario ndr), ai vertici di Cosa nostra agrigentina. E ancora: Luigi Boncori (20 anni), ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Ravanusa. Per lui era stata chiesta la continuazione con vecchie condanne ormai passate in giudicato ma la Cassazione ha annullato limitatamente a questo aspetto. Giuseppe Sicilia (18 anni e 8 mesi), considerato il capo della famiglia mafiosa di Favara. Infine: Calogero Paceco (8 anni), Gregorio Lombardo (17 anni e 4 mesi), Giuseppe D’Andrea (3 anni e 4 mesi), Emanuele Diego Cigna (8 anni e 5 mesi).

L’OPERAZIONE XIDY

L’operazione – coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ed eseguita dai carabinieri del Ros – scattò nel febbraio di 2021. In quell’occasione furono arrestati i vertici dell’intero mandamento, poliziotti e anche l’avvocato Angela Porcello, ex compagna di Buggea, ritenuta la cassiera del mandamento. La penalista, nel frattempo radiata dall’albo, ha anche tentato di avviare un percorso di collaborazione con la giustizia. Uno status che non le è mai stato riconosciuto. L’indagine coordinata dai magistrati della Dda di Palermo Paolo Guido, Claudio Camilleri, Gianluca De Leo e Francesca Dessì, oltre ad aver fatto luce sulle dinamiche interne al mandamento mafioso di Canicattì, ha anche puntato un faro sui componenti della nuova Stidda che si sarebbe contrapposta alla famiglia di Cosa Nostra. Ipotizzate anche una serie di estorsioni, in particolare nel settore delle mediazioni agricole.

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