Agrigento: malinconico avvio della stagione teatrale del “Pirandello” (fotogallery)

Diego Romeo

Agrigento

Agrigento: malinconico avvio della stagione teatrale del “Pirandello” (fotogallery)

di Diego Romeo
Pubblicato il Nov 19, 2018
Agrigento: malinconico avvio della stagione teatrale del “Pirandello” (fotogallery)

“Quartet” di Ronald Harwood, anzi di sir Ronald Harwood, è andato in scena al Teatro Pirandello dando l’avvio alla stagione teatrale.

Un avvio malinconico, estenuato, amarissimo. Apri la brochure e già una cascata di ricordi avvolgono lo spettatore nel leggere i nomi degli interpreti, tutte colonne e variegati protagonisti di un secolo di spettacoli  sulla scena e sullo schermo.

Tutti ultrasettantenni a iniziare da Giuseppe Pambieri, bel Mattia Pascal sulle tavole del “Pirandello (tanto per non andare lontani); Paola Quattrini sempre (ma non solo) affidata alle cure della ditta Garinei-Giovannini.  Molti agrigentini, probabilmente  ricorderanno il suo “retrò” nudo  in “Diana e la Tuda” per la regia di Arnoldo Foà, al Supercinema che allora fungeva da teatro; Cochi Ponzoni che ci rimanda alle centinaia di esibizioni con Renato Pozzetto e alla più nota interpretazione del Conte Rambaldo ne “Il marchese del grillo” di Monicelli; Erika Blanc che dalle primordiali pellicole trash è arrivata interprete dei più agguerriti film italiani.

Come se tutto ciò non bastasse ecco che sulla brochure di sala appare il nome della traduttrice di “Quartet”, quell’Antonia Brancati figlia di Vitaliano Brancati e di Anna Proclemer. Infine la regia di Patrick Rossi Gastaldi nome familiarissimo agli spettacoli dell’agrigentino Gianfranco Iannuzzo. Rivangare il tempo passato può essere salutare soprattutto se gli interpreti di “Quartet” appaiono sulla scena in gran forma fisica e che però vengono costretti da un copione verbosissimo a esternare bilanci fallimentari, occasioni perdute, amanti rifiutate e giorni di sole. Tutti accomunati da un passato lirico-operistico che vorrebbero rieditare in occasione di un galà con il loro cavallo di battaglia, il quartetto “Bella figlia dell’amor” dal Rigoletto di Verdi.

“Tra rivelazioni, confessioni, invenzioni – scrive Gastaldi nella sua nota di regia – i quattro troveranno il modo non solo di tornare alle scene ma di far ascoltare le loro voci, riscoprendosi giovani e gloriosi come un tempo. Un gioco teatrale capace di far sorridere, riflettere e commuovere”.

Un finale che per noi rappresenta invece una scopertissima agevolazione di sceneggiatura messa in atto da sir Harwood grandissimo scrittore di teatro nonché sceneggiatore cinematografico (“Servo di scena” e “La torre d’avorio”) notoriamente indulgente e comprensivo verso il mondo del teatro e in  strenua difesa degli attori.

In  “Quartet” lo spettatore può benissimo intravedere il senso del mistero, l’ambiguità finale della vita, magari  un trapasso dal teatro epico a quello dialettico, una ricostruzione di ipotesi drammaturgiche dove sottotraccia si riscopre l’amarezza di trovarsi a vivere in tempi oscuri, le contraddizioni e il dolore di una vita cristallizzata all’interno di un ospizio ben raffigurate in una scena che ricorda le inferriate di una gabbia circense da dove quei vecchi leoni vorrebbero evadere.  E anche se lo facessero, oltre le inferriate-vetrate c’è dipinto un filare di cipressi sfocati sullo sfondo. Sorridere, riflettere, commuoversi, dice Gastaldi e perchè proprio ai drammaturghi dobbiamo chiedere salvezza, può venire da loro la sola risposta alle nostre patetiche domande? Il teatro, si sa, cambia ogni sera e si sa anche che il teatro non è letteratura. Il drammaturgo non è neanche il taumaturgo e però, per fortuna, la parola ha un senso primario. E sotto questo aspetto saranno micidiali le prossime commedie in cartellone allorchè gli spettatori agrigentini saranno presi a colpi di “pupo lei, pupi tutti” da altri stessi agrigentini come Gianfranco Iannuzzo e Salvatore Aronica che insieme al regista Francesco Bellomo porteranno in scena “Il berretto a sonagli”.

Senza dimenticare che appena  una decina di  giorni dopo, il 6 dicembre, Enrico Lo Verso  suggerirà allo spettatore avvertito l’esempio di Gegè Moscarda di “Uno nessuno centomila” che donò tutto ai poveri.

Sarà allora rischioso il consiglio di Gastaldi a sorridere, riflettere e commuoversi.

Che, volendo, annullerebbe le restanti opere in cartellone. Ciampa e Gegè, tanto basta e avanza,  senza offesa per nessuno.

Testo e foto di Diego Romeo


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