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Mafia, benefici penitenziari e corruzione: Patronaggio interroga il sistema e richiama la società civile

di Luigi Patronaggio, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Cagliari

Pubblicato 20 minuti fa

Le ultime condanne per mafia e narcotraffico che riguardano Agrigento e la sua provincia impongono una riflessione: quanto riesce a incidere l’azione dello Stato su gruppi criminali che continuano a radicarsi negli stessi territori?A colpire, anzitutto, sono i nomi dei condannati. Persone già indagate, in alcuni casi già raggiunte da sentenze definitive; altre che hanno scontato pene anche gravissime e sono tornate in libertà o sono state ammesse a benefici penitenziari e misure alternative alla detenzione. Nomi che ricorrono da tempo nelle cronache giudiziarie e che appartengono a famiglie o gruppi saldamente presenti sul territorio, mai del tutto neutralizzati dall’azione repressiva dello Stato.

Il tema investe il rapporto tra la finalità rieducativa della pena e l’effettivo superamento dei legami criminali. Il principio rieducativo merita pieno rispetto: chi scrive lo sostiene quotidianamente nella propria attività giudiziaria. A suscitare interrogativi sono, piuttosto, gli esiti della sua applicazione. Gli orientamenti delle Corti sovranazionali e della Corte costituzionale, successivamente recepiti dal legislatore, hanno aperto anche ai condannati per gravi reati, compresi omicidi e associazione mafiosa, l’accesso a benefici in precedenza preclusi in assenza di collaborazione con la giustizia. Giovanni Falcone affermava, con la sua riconosciuta autorevolezza, che «da Cosa Nostra si esce o con la morte o con la collaborazione con la giustizia». Oggi, invece, preoccupa il ritorno al comando e al delitto, nei territori di provenienza, di condannati per mafia che non hanno collaborato con la giustizia e che hanno avuto accesso ai benefici penitenziari sulla base del solo positivo percorso detentivo. È qui che emerge la distanza tra la buona condotta in carcere e un’autentica rottura con l’organizzazione criminale.

Le conseguenze non riguardano soltanto la sicurezza. Il cittadino, spesso già vittima della prepotenza mafiosa, rischia di convincersi che la mafia sia invincibile e che affidarsi allo Stato sia una scelta destinata alla sconfitta. Si alimenta così il mito di un potere criminale capace di sopravvivere a ogni condanna. Non intendo, in questa sede, indicare modifiche legislative, ma ritengo necessario richiamare l’attenzione su questa contraddizione del sistema. Accanto al profilo giuridico vi è poi una questione sociale ed etica. Le cronache recenti hanno riportato pubbliche dichiarazioni di dissociazione dalla mafia da parte di importanti esponenti di Cosa Nostra. Non dispongo degli elementi necessari per giudicarne l’autenticità. Ritengo, tuttavia, che alle parole debbano seguire comportamenti concreti: collaborazione attiva con la giustizia e iniziative risarcitorie nei confronti delle persone offese.

Senza un pentimento operoso, la sola dissociazione non può bastare a riparare le offese di chi ha subito dolore e morte. Il richiamo alla penitenza nella tradizione cattolica offre, in questo senso, un’immagine significativa: alla confessione del peccato deve accompagnarsi un atto concreto di riparazione del male compiuto, la penitenza intesa come segno tangibile di una conversione interiore. Una questione analoga attraversa il contrasto alla corruzione. Le cronache giudiziarie di questi giorni restituiscono un’immagine della Sicilia, e della provincia di Agrigento in particolare, segnata da gravi vicende corruttive. Nel nostro Paese la corruzione presenta da tempo caratteri sistemici ed endemici. All’azione di quelle istituzioni che intervengono con arresti e sequestri non corrisponde, a mio avviso, una risposta altrettanto energica della politica.

Anche in questo ambito colpisce la persistenza del consenso. Ambienti politici e amministrativi attraversati da vicende corruttive continuano a godere di un ampio sostegno, alimentato da forme di clientelismo diffuso. Abbiamo visto, con stupore ma senza autentica sorpresa, persone già condannate, talvolta anche riabilitate, tornare a delinquere senza perdere l’appoggio di una parte consistente della collettività. È dunque necessaria una crescita culturale che accompagni l’azione giudiziaria. Una parte della cittadinanza fatica ancora a sottrarsi a narrazioni di comodo e a propagande ingannevoli. La sfida, nel contrasto tanto alla mafia quanto alla corruzione, è anche questa: superare le logiche clientelari e ricostruire la fiducia nello Stato e nella legalità.

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