Mafia, operazione Gallodoro: gli agrigentini coinvolti (ft)

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Mafia, operazione Gallodoro: gli agrigentini coinvolti (ft)

di Redazione
Pubblicato il Gen 31, 2019
Mafia, operazione Gallodoro: gli agrigentini coinvolti (ft)

Sono tre gli agrigentini coinvolti nell’operazione antimafia – eseguita dai carabinieri del Ros – denominata “Gallodoro” che ha portato ad un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di 17 persone accusate , a vario titolo, di associazione a delinquere di tipo mafioso, omicidio, estorsioni, reati concernenti le armi, rapina e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, con l’aggravante mafiosa.

1)Domenico Mangiapane, 40 anni di Cammarata, è stato raggiunto dalla misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Mangiapane,  fu colpito da “Daspo” nel 2011 in seguito al match del campionato di Eccellenza tra Kamarat – Valderice del 6 febbraio 2011 (diversi Daspo a dirigenti, giocatori e tifosi).

2)Antonino Lattuca, 38 anni nato ad Agrigento ma residente a Campofranco. Lattuga, finito agli arresti domiciliari, ha precedenti per danneggiamento e stupefacenti.

3)Domenico Avarello, 39 anni di Canicattì. .

Per i tre l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

GLI ALTRI ARRESTATI. Il provvedimento di custodia cautelare in carcere e’ stato notificato a Domenico Vaccaro, Claudio Di Leo, Calogero Di Vita, Giuseppe Modica e Angelo Schillaci di Campofranco, e ad Antonio Calogero Grizzanti di Sutera, Francesco Pollara di Palermo, Vincenzo Scalzo di San Cataldo e al catanese Antonino Tusa. Ai domiciliari sono finiti invece Domenico Avarello di Canicatti’, Nicolo’ Falcone di Montedoro, Salvuccio Favata di Mussomeli, l’agrigentino Antonino Lattuca e Calogero Modica di Campofranco.

L’OPERAZIONE. Diciassette persone sono state arrestate questa mattina dai carabinieri del Ros, tra Caltanissettae altre parti del territorio nazionale, con l’accusa, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, estorsioni, reati concernenti le armi, rapina e associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Il provvedimento cautelare ha colpito gli appartenenti alle famiglie mafiose ricadenti nel mandamento di Mussomeli, composto dalle famiglie di Campofranco, Montedoro, Serradifalco, Sutera, Bompensiere, oltre che quella di Mussomeli. L’articolata attivita’ investigativa, naturale prosecuzione di quelle che nel tempo avevano visto impegnato il Ros nell’area del “Vallone”, ha avuto come principali indagati Domenico Vaccaro, Calogero Modica, Claudio Rino Di Leo e Antonio Calogero Grizzanti. L’ampio monitoraggio fatto di pedinamenti ed intercettazioni avviato proprio nei confronti di Di Leo, legato da vincoli di parentela a Vaccaro e gia’ condannato per 416 bis nell’ambito dell’operazione “Urano”, ha permesso non solo di confermarne lo spessore criminale all’interno della famiglia di Campofranco e la disponibilita’ di armi ma anche di documentare la fiorente attivita’ di spaccio compiuta dal sodalizio dal lui diretto nei territori di Campofranco, Mussomeli e Vallelunga Pratameno con canali di approvvigionamento nel palermitano e a San Cataldo. Dalle indagini e’ emerso che Di Leo, il 30 maggio 2012, per necessita’ di reperire il denaro per l’acquisto di una partita di droga, mise a segno con altri complici una rapina ai danni della filiale della Banca di Credito Cooperativo Toniolo di Campofranco, con un bottino di 18mila euro. Le indagini hanno avuto un rilevante sviluppo a seguito dell’avvio della collaborazione con la giustizia di Maurizio Carruba, uomo d’onore e gia’ rappresentante della famiglia di Campofranco, tratto in arresto nell’aprile 2011 a seguito dell’operazione del Ros “Grande Vallone”. Grazie alle sue conoscenze, gli investigatori hanno potuto riscontrare le dichiarazioni rese nel tempo da altri collaboratori ma anche fare luce su diversi episodi estorsivi, di alcuni dei quali Carruba si autoaccusava, ai danni di imprenditori edili, oltre a confermare il ruolo di vertice rivestito in seno alla famiglia di Campofranco da Calogero Modica e definire le singole responsabilita’ in riferimento all’omicidio di Gaetano Falcone, ucciso a Montedoro (Cl), il 13 giugno 1998. In particolare, e’ stato possibile ricostruire il ruolo di mandante di Vaccaro che, attraverso l’eliminazione di Falcone, non solo voleva vendicare la morte del fratello Lorenzo e di Calogero Carruba, ma anche prevenire una possibile azione nei suoi confronti progettata da soggetti appartenenti ad una corrente di Cosa Nostra contrapposta alla sua che volevano scalzarlo dal vertice della provincia mafiosa di Caltanissetta di cui Falcone era espressione. Per portare a termine il suo progetto Vaccaro si sarebbe avvalso della collaborazione di Nicolo’ Falcone, il quale, all’epoca rappresentate della famiglia di Montedoro, di cui faceva parte Gaetano Falcone, aveva dato il suo assenso all’uccisione di quest’ultimo, oltre a quella di Antonio Tusa e Giuseppe Modica, che avevano individuato gli esecutori dell’omicidio di Lorenzo Vaccaro e Calogero Carruba, ma anche pianificato in ogni dettaglio l’azione di vendetta poi portata a termine da Angelo Schillaci e Maurizio Carruba.


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