Donna uccisa al cimitero: arrestato il figlio (ft e vd)
Su delega della Procura Distrettuale della Repubblica di Catania, la Polizia di Stato ha dato esecuzione ad ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Angelo Fabio Matà ritenuto responsabile del reato di omicidio aggravato in pregiudizio della madre. Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile a seguito del rinvenimento avvenuto il pomeriggio del 7 […]
Su delega della Procura Distrettuale della Repubblica di Catania, la Polizia di Stato ha dato esecuzione ad ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Angelo Fabio Matà ritenuto responsabile del reato di omicidio aggravato in pregiudizio della madre.
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile a seguito del rinvenimento avvenuto il pomeriggio del 7 gennaio 2014 all’interno del cimitero di Catania del cadavere di Maria Concetta Velardi , hanno consentito di acquisire univoci e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti del figlio della vittima e svelare il movente dell’omicidio. Rilevante e’ stato il contributo fornito alle indagini dalla Polizia Scientifica, attraverso l’analisi del DNA su qualsiasi tipo di traccia biologica rilevata sul luogo teatro del fatto di sangue.
Maria Concetta Velardi fu trovata, nel pomeriggio del 7 gennaio del 2014, con la testa fracassata da un grosso masso di pietra lavica non distante dalla cappella di famiglia. A denunciare il ritrovamento fu suo figlio, Angelo Fabio Matà, 44 anni, sottufficiale della Marina militare, che sposto’ la grossa pietra, sporcandosi le mani di sangue, e chiese aiuto a un custode, che ha avviso’ la polizia. Agli investigatori disse che intorno alle 17 era andato a prendere un caffè al bar e che quando era tornato aveva trovato la madre per terra uccisa fuori dalla cappella, dove pero’ aveva lasciato, in modo ordinato, le sue scarpe. Fu escluso subito la rapina perche’ la donna aveva indosso una collana e un suo bracciale fu trovato vicino al masso. La vedova era abitudinaria: si recava tutti i giorni al cimitero per pregare e pulire la cappella della famiglia Mata’, dove sono tumulati anche suo marito Angelo e suo figlio Lorenzo, morto nel 2009 anni fa per un male incurabile.
Le indagini della squadra mobile della Questura, coordinate dalla Procura, si indirizzarono anche sul figlio che e’ stato indagato assieme ad altre quattro persone, poi uscite dall’inchiesta: due presunti ‘spasimanti’ della vedova e una coppia di romeni che frequentava il cimitero. Gli investigatori ritengono che adesso sono stati “acquisiti univoci e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti del figlio della vittima e svelare il movente dell’omicidio”. Mata’ aveva anche, tramite i suoi difensori, esposto la tesi che al delitto avesse partecipato anche una donna e che ad assassinare la madre fossero stati in due. Aveva per questo chiesto la riesumazione della salma per verifiche su ferite alla schiena della vittima per verificare se fossero state provocate da unghiate. La richiesta e’ stata rigettata dal Tribunale.
La storia, rievocata dalla Squadra mobile con una nota stampa è questa:
in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa in data 20.5.2017 dal G.I.P. del Alle ore 16.20 circa del 7 gennaio 2014, personale dell’U.P.G.S.P. della Questura di Catania interveniva presso il locale cimitero, a seguito della richiesta di intervento formulata da MATA’ Angelo Fabio il quale aveva riferito di avere rinvenuto il cadavere insanguinato della madre.
Giunto sul posto, personale dell’U.P.G.S.P. e della Squadra Mobile constatava la presenza del cadavere di Velardi Maria Concetta giacere a terra su alcune macchie di sangue, in un corridoio tra due cappelle, a pochi metri di distanza dalla cappella della famiglia MATÀ.
In sede di sopralluogo, eseguito in presenza del P.M. di turno presso la Procura Distrettuale della Repubblica di Catania che si era recato sul posto per coordinare le indagini, personale del locale Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica rinveniva, tra la cappella della famiglia MATA’ ed il cadavere della donna, un sasso intriso di sostanza ematica, compatibile per forma e dimensioni con una prima aggressione che la vittima avrebbe subito, mediante uno o più colpi alla nuca e che ne avrebbe provocato la caduta a terra.
Accanto al cadavere venivano rinvenuti – come se fossero stati deposti e abbandonati dopo la selvaggia aggressione, n.d.r. – due pesanti sassi di grandi dimensioni, intrisi su un lato di sostanza ematica.
Sulle pareti del corridoio veniva riscontrata la presenza di tracce ematiche compatibili per forma ed ubicazione con l’ipotesi che nel punto in cui era ubicato il cadavere vi fosse stata una seconda violentissima aggressione consistita in una serie di colpi inferti al capo ed altre parti del corpo della vittima, che si trovava già stesa per terra, mediante i due pesanti sassi rinvenuti accanto.
Sul viale antistante ove era ubicata la cappella MATA’, era posteggiata l’autovettura appartenente a MATA’ Angelo Fabio con la parte anteriore rivolta in direzione di via Acquicella.
Su di essa, precisamente vicino alla maniglia di aperura dalla portiera posteriore destra, veniva rinvenuta una goccia di piccole dimensioni di sostanza ematica.
Da una prima ricostruzione effettuata dagli investigatori, la vittima appariva essere stata trascinata nel cennato corridoio, essendo stata constatata dal medico legale la presenza di abrasioni nella parte inferiore della schiena; la maglia indossata dalla vittima, strappata in corrispondenza del punto in cui vi erano le abrasioni, lasciava ipotizzare che la donna fosse stata trascinata dall’aggressore per ripararsi da sguardi indiscreti, mentre infliggeva i colpi di grazia.
Ciò che emergeva in maniera incontrovertibile era che l’autore del turpe delitto doveva essere dotato di notevole forza fisica.
Sulla base di tali iniziali risultanze, veniva avviata una complessa ed articolata indagine, anche di tipo tecnico, coordinata dalla Procura della Repubblica di Catania, che si avvaleva del contributo di personale dei Gabinetti Regionali di Polizia Scientifica di Catania e di Palermo (specie per ciò che concerne la ricerca e la catalogazione di tracce di sostanza biologica) che consentivano di acquisire univoci e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti di MATA’ Angelo Fabio evidenziando, quale movente del delitto, il rapporto conflittuale esistente tra quest’ultimo e la madre.
Le circostanziate dichiarazioni rese da MATA’ Angelo Fabio in ripetute occasioni, a partire dal 7 gennaio 2014, giorno del ritrovamento del cadavere della signora Velardi, erano oggetto di un’accurata verifica da parte degli investigatori della Sezione “Reati contro la Persona” della Squadra Mobile che riuscivano ad individuare progressivamente numerose persone presenti al cimitero di Catania il giorno dell’omicidio.
Dall’escussione testimoniale di tre diverse persone che si trovavano in altrettanti distinti luoghi del cimitero, non lontani dalla cappella MATA’, emergeva che costoro avevano avuto modo di udire le urla della donna nel corso dell’accesa discussione con il figlio.
Il combinato di dette dichiarazioni con i dati offerti dal medico legale consentivano di affermare che l’aggressione alla Velardi, a seguito della quale costei decedeva (dopo circa trenta-quaranta minuti di agonia) andava collocata tra le ore 15.30 e le ore 15.45 circa del 7 gennaio 2017.
Perpetrata l’aggressione, MATA’ si precostituiva un alibi, cercando di simulare che l’aggressione alla madre fosse avvenuta durante la sua assenza dal cimitero ed effettuando con la propria autovettura un giro che creasse un lasso di tempo sufficiente a tale scopo.
Invero, l’analisi dei tabulati non disgiunte dalle dichiarazioni rese dalle persone presenti al cimitero, consentiva di affermare che la Velardi era stata aggredita in un lasso di tempo nel quale il figlio si trovava all’interno del cimitero.
Al ritorno al cimitero (documentato dai ponti di aggancio del telefono cellulare), MATA’ metteva in piedi la messinscena del disperato rinvenimento con le mani piene di sangue, in modo da giustificare ogni eventuale traccia ematica della madre si di sé come frutto di contaminazione derivante dal rinvenimento e dalla manovre effettuate.
Gli esiti degli accurati esami svolti dalla Polizia Scientifica consentivano di affermare che, mentre subiva l’aggressione, la Velardi graffiava con la mano destra il figlio, fatto dimostrato sia dalla presenza di materiale genetico riconducibile al MATA’ sotto due unghie della mano destra della vittima, sia dalla presenza di sostanza ematica dell’indagato (anche mista a sangue della madre) sugli abiti e sullo sportello dell’autovettura del MATA’.
In ordine al movente del delitto, veniva accertato che MATA’, a seguito di un’accesa lite con la madre, aveva avuto una violentissima reazione, frutto del rancore a lungo covato nei confronti del genitore, ritenuta ostacolo alla realizzazione di progetti di vita personale.
Espletate le formalità di rito, MATA è stato associato presso la casa circondariale di piazza Lanza a disposizione dell’A.G.







