Trattativa Stato-mafia, Pm Di Matteo contro Anm e Csm: “Non ci hanno mai difesi”
La sentenza Stato-mafia non l’ha colto impreparato. “Eravamo sempre stati convinti della trattativa”, dice. Ma c’è una ferita aperta che ancora brucia: “Quello che mi ha fatto più male è che, rispetto alle accuse di usare strumentalmente il nostro lavoro, abbiamo avvertito un silenzio assordante di chi speravamo ci difendesse, come l’Anm e il Csm, […]
La sentenza Stato-mafia non l’ha colto impreparato.
“Eravamo sempre stati convinti della trattativa”, dice. Ma c’è una ferita aperta che ancora brucia: “Quello che mi ha fatto più male è che, rispetto alle accuse di usare strumentalmente il nostro lavoro, abbiamo avvertito un silenzio assordante di chi speravamo ci difendesse, come l’Anm e il Csm, e invece è stato zitto”. Nino Di Matteo, Pm della Direzione nazionale antimafia, concede la sua prima intervista tv, dopo la storica sentenza della Corte d’Assise di Palermo, a Lucia Annunziata su Rai3, e si toglie un sasso dalla scarpa diventato troppo scomodo.
Negli anni, il pool che ha coordinato l’inchiesta ha dovuto subire non poche critiche, che però non hanno mai fatto perdere loro di vista l’obiettivo di dimostrare che i vertici di Cosa nostra avessero davvero trattato con le istituzioni italiane.
“Abbiamo sempre creduto nella fondatezza della nostra tesi accusatoria – sottolinea Di Matteo -. Avevamo la consapevolezza di aver fatto il nostro dovere e di aver fatto emergere fatti mai emersi”.
Ora si attendono le motivazioni, ma un punto è certo: “Nel momento in cui la mafia faceva sette stragi e, per fortuna, ne falliva altre, c’era qualcuno nelle istituzioni che trattava con i vetrici e trasmetteva le richieste per far cessare la strategia stragista”.
Un modo di agire che secondo il Pm ha certamente “molto rafforzato” l’organizzazione criminale.
“Ogni volta che lo Stato ha cercato il dialogo con Cosa Nostra – spiega il magistrato – ha avallato la convinzione che la politica delle stragi pagasse e che quindi bisognava andare avanti”.
Le prove che gli uomini del Ros abbiano agito su mandato di alcuni politici non ci sono ancora, ma Di Matteo è sicuro: “Non pensiamo che i carabinieri abbiano agito da soli”.
Quello che serve, ora, è un “pentito di Stato”, per fare chiarezza definitivamente.
In questi giorni, in cui non si sa ancora chi governerà il Paese, la sentenza potrebbe aver dato il colpo di grazia al partito di Silvio Berlusconi. Di Matteo però non vuol sentire parlare di strumentalizzazioni: “Accusare una sentenza di Corte d’Assise di rispondere a criteri partitici è ingiusto e offensivo”, sostiene. Dalle colonne del Corriere della Sera l’ex Cav punta il dito contro tutta la Corte: “Il solo fatto di associare il mio nome o l’attività del mio governo a questa sentenza è un comportamento irresponsabile, oltre che lontanissimo dalla verità storica e giudiziaria, messo in atto da un pubblico ministero molto vicino ai grillini”.
Per Berlusconi, se “per assurda ipotesi la sentenza fosse corretta”, lui sarebbe addirittura “parte lesa dei reati che vengono contestati”.
Renato Schifani dal Giornale usa la partecipazione di Di Matteo a un convegno sulla giustizia organizzato dal Movimento 5 Stelle come leva per sostenere che “quando il Pm coinvolge Berlusconi nella trattativa si lascia andare a dichiarazioni più politiche che giudiziarie”.
Il Pm in tv dice di non “doversi giustificare di nulla”. “A parlare di giustizia ci sarei andato anche se il convegno fosse stato organizzato da altre forze politiche – aggiunge -. Ho sempre sostenuto la gravità dei rapporti tra mafia e politica: se qualcuno manifesta stima nei miei confronti non ho motivo di impedirlo e non ho nulla di cui vergognarmi. Tutto il resto – conclude – è bagarre politica”.
“L’Associazione nazionale magistrati ha sempre difeso dagli attacchi, l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati”.
Lo dice il presidente dell’Anm Francesco Minisci, dopo le parole del Pm Nino Di Matteo.
“Lo ha fatto – prosegue il presidente Anm – a favore dei colleghi di Palermo e continuerà sempre a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie”.




