Giudiziaria

Depistaggio Borsellino, ex agente in aula: “Carabiniere mi consegnò borsa del giudice”

Lo ha detto è l'ex poliziotto, oggi in pensione, Armando Infantino, sentito come teste al processo sul "depistaggio bis" sulle indagini della strage di via d'Amelio a Palermo

Pubblicato 2 ore fa

“Mi ricordo che il mio caposquadra, l’ispettore Lo Presti mi disse di prendere la valigia del dottore Borsellino, o meglio in quel frangente percepii che era la borsa del giudice ma ero più impegnato a pensare ai feriti. Un carabiniere senza divisa mi ha consegnato questa valigia bruciacchiata. L’ha data a me perchè sull’evento procedeva la polizia. L’ho messa in un’Alfa 33, una delle macchine di servizio. Ricordo che c’era anche un’altra borsa a cartella, molto larga di colore chiaro, più chiara dell’altra. Può essere che fosse di un funzionario ma, devo dire la verità, c’era quest’altra valigia”.

Lo ha detto è l’ex poliziotto, oggi in pensione, Armando Infantino, sentito come teste al processo sul “depistaggio bis” sulle indagini della strage di via d’Amelio a Palermo, che si tiene a Caltanissetta e che vede imputati i poliziotti Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco. Sono accusati di avere dichiarato il falso durante il processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio a carico di tre loro colleghi. Il poliziotto ha ripercorso i drammatici momenti dopo l’esplosione dell’autobomba in via Mariano d’Amelio il 19 luglio 1992 in cui furono uccisi il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque polizotti della scorta. “Ero in servizio alle scorte, aggregato alla ‘catturandi’, e mentre ero in auto con l’ispettore Lo Presti, e credo un altro collega sentimmo questa fortissima esplosione, che si sentì in tutta Palermo. Ci recammoi in via d’Amelio. Io sono rimasto in macchina da solo e ho visto il poliziotto, unico sopravvissuto, Antonio Vullo. Era ferito ed era convinto che gli altri colleghi fossero ancora vivi e mi ha indirizzato verso la portineria. Però poi ho visto che i colleghi erano tutti a terra”.

“C’erano resti umani per strada – ha continuato – Vullo era in stato di choc, col sangue in faccia, gli usciva anche sangue dal naso. L’ho fatto soccorrere da un’ambulanza. Era in stato confusionale e puntava la pistola contro le persone. Era convinto che qualcuno volesse finirlo. E gliel’ho fatta togliere. C’era uno dei colleghi che sembrava ancora in vita perché non era ustionato ma poi sono andato a Villa Sofia e ho saputo che era morto. C’era un caos enorme. Dai palazzi, uscivano bambini, donne in vestaglia, persone ferite. Poi ho visto il dottore Ayala, è uscito con le pantofole e i calzini bianchi”. La pm Chiara Benfante ha chiesto poi se sul luogo della strage fosse presente qualcuno dei servizi segreti. “No – ha risposto Infantino – o meglio, nessuno si è qualificato come tale”.

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