Mafia, il fratello del piccolo Di Matteo: “Non perdonerò mai gli assassini ma anche mio padre”
Nicola Di Matteo, 44 anni, impiegato della Regione, al Giornale di Sicilia parla con voce pacata, ma si avverte chiaramente che trent'anni dopo l'orribile omicidio del fratellino Giuseppe, la ferita e' ancora aperta
“Il suo omicidio lo ordino’ Giovanni Brusca, che per un periodo aveva vissuto con noi, a casa nostra. Brusca oggi e’ libero. Lui e gli altri assassini non li perdonero’ mai. E nemmeno mio padre, purtroppo. Da lui mi divide un solco profondo, incolmabile: non abbiamo piu’ rapporti. Nemmeno mia madre ne ha piu’, da tempo. Non possiamo perdonarlo”.
Nicola Di Matteo, 44 anni, impiegato della Regione, al Giornale di Sicilia parla con voce pacata, ma si avverte chiaramente che trent’anni dopo l’orribile omicidio del fratellino Giuseppe, la ferita e’ ancora aperta, “perche’ il dolore non passera’ mai e nessuno potra’ capirlo davvero fino in fondo”. Il pentimento del padre Santino ha scatenato la furia cieca e disumana della mafia che si abbatte’ sul ragazzino. “Il giorno prima – racconta – avevamo festeggiato il mio compleanno: quanti anni facevo? Undici… no, dodici. Ero piccolo, capira’, i miei ricordi non sono nitidi e poi questi ricordi sono cosi’, per me, sempre stati cosi’. Dodici anni, compivo: era il 22 novembre 1993. C’era stata una festicciola, chiamiamola cosi’: una torta, le candeline, c’era mamma, c’era mio nonno. E c’era Giuseppe, mio fratello, con me. Il giorno dopo, lui, come faceva spesso, anche se non aveva ancora 14 anni, ha preso il motorino, e’ sceso per andare al maneggio, tra i cavalli, che erano la sua vita, la sua passione. E da allora non l’ho visto piu'”. Giuseppe – che i 14 anni li compi’ a gennaio 1994, durante la prigionia – venne prelevato il pomeriggio del 23 novembre 1993 da un gruppo di mafiosi capeggiati da Giuseppe Graviano, camuffati con false pettorine della Dia e con falsi lampeggianti blu delle auto civetta. Dissero al bambino che lo avrebbero portato dal padre, Mario Santo Di Matteo, detto Santino Mezzanasca, originario di Altofonte: era uno degli esecutori materiali della strage di Capaci e si era pentito, iniziando a rivelare le responsabilita’ dei killer del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta.
La notizia era stata tenuta segreta ma Cosa nostra l’aveva appresa: il figlio fu convinto facilmente a salire in auto, adorava il genitore, voleva rivederlo dopo quasi sei mesi dal suo arresto, segui’ docilmente i suoi carnefici dicendo “sangu miu, sangu miu, me patri, me patri”. Invece non erano uomini della Dia. “No, non lo erano. Lo tennero prigioniero 779 giorni: 779. Lo uccisero l’11 gennaio 1996, nel bunker di contrada Giambascio, a San Giuseppe Jato, sciogliendo poi il suo cadavere nell’acido. E questo dopo avergli fatto di tutto, sottoponendolo a sofferenze assurde, inumane, incomprensibili, trattando un bambino di 13 anni come un prigioniero di guerra”. “Voglio essere chiaro. Non ho nulla contro i collaboratori di giustizia e non ce l’ho con mio padre per questa ragione. Dico pero’ che se noi fossimo nati in una famiglia semplice, normale, se papa’ non fosse stato mafioso e non avesse ucciso altre persone, tutto questo non sarebbe successo”, dice ancora Nicola Di Matteo. Il padre, il pentito Mario Santo Di Matteo non aveva voluto ritrattare le proprie accuse sulla strage di Capaci. Nicola Di Matteo, che il giorno del rapimento aveva appena compiuto 12 anni, successivamente ha interrotto i rapporti col padre e ne spiega le ragioni: “Ci vuole fortuna anche nel nascere e io e mio fratello non l’abbiamo avuta. Io, che gli sono sopravvissuto, non l’ho accettato. Noi comunque eravamo bambini: che colpa aveva Giuseppe? Mio padre ha deciso di collaborare, per salvarsi. Va bene: ma prima metti in sicurezza la tua famiglia, i tuoi figli. Non sapeva che saremmo stati sottoposti a ritorsioni?”. “Il giorno in cui rapirono Giuseppe – prosegue – sentii che chiamavano tutti gli ospedali, per sapere se avesse avuto un incidente. Ma a me dissero che era andato da uno zio a Roma, per non allarmarmi. Nel frattempo il nonno era andato a cercarlo, ebbe piu’ contatti con i rapitori, che gli dicevano di tappare la bocca a suo figlio, cioe’ a mio padre. Lui non ci riusci’ ma si offri’ come ostaggio al posto del nipotino: non lo presero in considerazione. E nel frattempo io capii”.






