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Mafia

Vecchi nomi per nuovi orizzonti mafiosi e su Messina Denaro…

All'alba di oggi i Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento hanno eseguito l’operazione antimafia “Condor”

Pubblicato 4 settimane fa

Nomi vecchi e nomi nuovi che si rincorrono e trovano ancora spazio nell’odierna cronaca mafiosa volta a ridisegnare la nuova mappa della geografia criminale in terra agrigentina.

La retata dei carabinieri del comandante provinciale, col. Vittorio Stingo e del Reparto operativo guidato dal ten. col. Vincenzo Bulla, si compie grazie al lavoro certosino dei militari dell’Arma che sui resti di due precedenti inchieste antimafia “Xidy” e “Oro bianco” rimettono a posto gradi e gerarchie riempendo le caselle del comando svuotate dalle numerose operazioni antimafia che hanno decimato molti dei clan agrigentini che, tutti insieme, costituiscono la “provincia” mafiosa di Cosa nostra, della Stidda  e dei “paracchi” (molto inseriti nel territorio di Palma di Montechiaro).

E così, saltano i nomi nuovi che poi, a ben riflettere, sono vecchi se è vero come è vero che a Palma comanda un Ribisi e a Favara un Sicilia.

Vecchio è anche il cognome Di Caro. Fa storia di Cosa nostra se associato a quello dei Ferro e dei Guarneri. Gotha mafioso rispettato in tutta la Sicilia persino da vecchi boss come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Nitto Santapaola, e già operativo ai tempi dell’omicidio del commissario di Polizia Cataldo Tandoy (Agrigento, febbraio 1960) e persino ancor prima, nel bel mezzo delle faide omicide che hanno contrassegnato gli anni 50 e 60 al tempo della presa di possesso di grandi feudi e della lotta contadina, sotto lo sguardo vigile dei mammasantissima Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo.

Nomi che ritornano in auge ancora oggi, a 60-70 anni di distanza dalla comparsa nei primi rapporti giudiziari di quel tempo e sinanco nelle pagine ingiallite del processo Tandoy (celebratosi negli anni 70 a Bari).

Ribisi (con Nicola oggi ai vertici della consorteria di Palma di Montechiaro) è un cognome che ha sempre avuto un peso nell’economia mafiosa agrigentina. Il clan è tornato ai vertici dopo aver subito micidiali attacchi: Rosario, Gioacchino, Carmelo Ribisi assassinati nel corso della guerra con la stidda. E questo è avvenuto dopo che proprio i Ribisi, raccontano gli esiti dei processi, avevano assassinato i vecchi capibastone palmesi come Calogero Sambito, inteso “Giorgi” e dopo la morte “naturale” del vecchio boss Salvatore Di Vincenzo, detto “Totu u nasu”.

Sono tornati a comandare i Ribisi.

E stavano provando ad impossessarsi persino di territori vicini controllati da altri clan come Canicattì (attraverso i Chiazza, raccomandati da Nicola Ribisi direttamente a Lillo Di Caro) e l’opulento territorio di Villaggio Mosè, divenuto terra di nessuno, che il boss Giuseppe Falsone (oggi al 41 bis) aveva affidato proprio a loro mentre i favaresi Sicilia rivendicavano una legittimazione a comandare su investitura diretta proveniente da Cesare Calogero Lombardozzi, “u zu Lillu”, passato a miglior vita nel suo letto, pochi anni fa, dopo aver superato almeno quattro guerre di mafia.

E sono usciti dal quasi silenzio, dopo lustri di agire sottotraccia, i “paracchi” o “famigliedde” (organizzazioni criminali para-mafiosi operanti soprattutto a Palma di Montechiaro e Favara) che incutono ancora oggi timore ai sodalizi criminali tradizionali.

Rimane inesplorato (nel senso che non si conoscono, al momento, gli esiti investigativi tuttora in corso) il territorio saccense e belicino. Terre molto care a Matteo Messina Denaro dove ha sempre trovato sostegno, appoggio e protezione.

Ma qui si gioca un’altra partita, con mazzieri di livello diverso rispetto a Ribisi e Sicilia.

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