Agrigento: “La donna scheletro“ riemerge dal mare (gallery)

Diego Romeo

Agrigento

Agrigento: “La donna scheletro“ riemerge dal mare (gallery)

di Diego Romeo
Pubblicato il Mar 25, 2019
Agrigento: “La donna scheletro“ riemerge dal mare (gallery)

Ancora un “messaggio”, anzi una metafora-lezione sull’amore e sull’innamoramento con annessi autenticità e dono reciproco di se.

Ce lo suggerisce il settimo appuntamento della Rassegna teatrale dedicata all’attrice agrigentina Mariuccia Linder in scena al “Posta Vecchia” di Agrigento promossa dal “Teatranima”. Il testo,  dissepolto dalla grande mole di fiabe della specialista in psicologia etnoclinica, junghiana, Clarissa Pinkola Estes è  “La donna scheletro” con l’adattamento di Michele Albano (voce recitante) e per la regia di Josephine Giadone che è riuscita ad amalgamare coreografia e voci narranti di Fara Romano, Bruno Sari, la musica originale di  Patrizia Capizzi, il Coro compagnia  Hator Academy.  Gli abiti di scena sono firmati da Tiziana Morreale, la produzione dello spettacolo è della “Raimondo Ruggieri art company” di Caltanissetta.

Come si vede un robusto ensemble che con la scelta della “Donna scheletro” si mette alla prova tra archetipi e femminino creativo e che conferma tra l’altro il “trend” dell’atto unico, paradiso delle piccole compagnie teatrali  invitate dalla Rassegna. Tutte espressioni femminili e femministe tratte da Lina Prosa, Sylvia Plath, Annibale Ruccello. 

E ancora problematiche saranno le restanti opere in cartellone che si richiamano a Pirandello e Ionesco. Certo, potranno apparire scelte esorbitanti accompagnate da note di regia ammantata di paroloni magari per esorcizzare la tensione dell’approccio di “non professionisti” con autori di immensa statura. Tutto sommato è giusto che sia così. Un tempo la strada del teatro passava per il cabaret, soleva dire Ennio Flaiano, oggi il debutto e la “prova” vengono affidati alla rivisitazioni di racconti o di piccoli romanzi che irrobustiscono gli “animali di scena” come ci ricorda Emma Dante.

Accostarsi alla Pinkola Estès non è facile. Lettori e studiosi spesso hanno confessato di averla letta a “spizzichi” non riuscendo a trovare lo stato d’animo adatto ai suoi consigli e alle sue analisi crudissime e sincere  che spesso fanno entrare in gioco la dottrina sociale della Chiesa. Insomma, un insegnamento (per i partners delle relazioni amorose) ad avere pazienza e a non illudersi sperando nell’amore perfetto. La fiaba-metafora messa in scena dal gruppo nisseno probabilmente andava letta prima dello spettacolo, a conferma che il teatro è vita quanto e come la letteratura, che rimanda al  botteghino e alle  librerie  e non solo ai localini enogastronomici. Purtroppo non riesce a far vendere libri  nemmeno  “La strada degli scrittori” penalizzata tra l’altro dall’incompiutezza di un’arteria  che dovrebbe collegare decine di paesi condannati all’incomunicabilità. 

E allora che miracolo potrà fare questa fiaba “inuit” del pescatore che – racconta la Estès – pesca un pesce-(donna-scheletro) che credeva grosso, addirittura “un tesoro ben più grande di quanto potesse immaginare così come l’innamorato scopre nell’oggetto del suo  desiderio un tesoro che non pensava potesse esistere”?  

Inizia, appunto,  da questo interrogativo la dialettica elaborata dalla messinscena che invita a reinterpretare l’esperienza della donna tramite i racconti popolari, l’arte e la natura, per entrare in contatto con la “lupa” trasformatrice che la incita a maturare e a essere libera. Molte delle frasi del libro Donne che corrono coi lupi sono ritenute un’autentica bibbia per tutte quelle persone interessate a conoscersi, a lavorare sulla propria identità, sul proprio valore, a sanare molte ferite emotive che a volte si ereditano dai propri antenati o dall’educazione patriarcale.

Già, perché  sono complesse queste “donne che corrono con i lupi” e la Estes appronta per loro un prontuario di sette frasi  cui  lo spettacolo attinge in parte.  Né poteva fare altrimenti. Certo, a confronto della (mala)fine che hanno fatto  le eroine di  Silvia Plath e di Antonio Ruccello (proposte precedentemente dalla Rassegna), la “donna scheletro” che si nutrirà dell’uomo pescatore perfino rubandogli le lacrime, potrà almeno  conciliarci con il frastagliato edificio junghiano che oggi tende sempre più a diventare orientamento spirituale, permeando gruppi e organizzazioni di tipo iniziatico. Un vera manna per gli “iniziatici” della scena.

Testo e foto di Diego Romeo


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