Quando il cuculo volò su Agrigento (fotogallery)

Diego Romeo

Agrigento

Quando il cuculo volò su Agrigento (fotogallery)

di Diego Romeo
Pubblicato il Dic 9, 2016
Quando il cuculo volò  su Agrigento (fotogallery)

Quarant’anni fa chiudeva il manicomio di Trieste per la meritoria riforma di Franco Basaglia e ventisei anni fa, anni novanta, scoppiava  lo scandalo del manicomio di Agrigento spifferato su L’Espresso e in tv da Gad Lerner.

Per quanti conservano contezza di quegli anni sarà stato un pugno nello stomaco entrare l’altra sera nel Teatro Pirandello e trovare scritto ai bordi del proscenio, a caratteri cubitali “Ospedale psichiatrico”, una indicazione che si riferiva alla commedia “Qualcuno volò sul nido del cucùlo” che andava in scena per la regia di Alessandro Gassman, un figlio di tanto padre che però nella brochure preferisce firmarsi “spettacolo di Alessandro Gassmann”.

Probabilmente rappresenta un indizio per prendere le distanze dall’autore dell’adattamento, Maurizio De Giovanni che è soverchiante in malo modo per impostazione e ispirazione.

“ Un testo – scrive Gassmann che è una lezione d’impegno civile, uno spietato atto d’accusa contro i metodi di imposizione e costrizione adottati all’interno dei manicomi e soprattutto una straordinaria metafora sul rapporto tra individuo e potere, sul condizionamento  dell’uomo da parte di altri uomini. Un grido di denuncia che scuote le coscienze e che fa riflettere”. Perfetto.

De Giovanni sposta l’azione da un manicomio americano degli anni 60 al famigerato manicomio di Aversa nel 1982. Qui non troviamo più l’infermiera caporeparto ma una spietata erinni vestita da suora e poi  nella stanza della terapia e delle riunioni  troneggia, con tanto di aureola illuminata, la statua della Madonna di Fatima che poi viene virtualmente frantumata dal gigante Sioux che fugge verso la libertà. Una inerme statua di Madonna che viene utilizzata come fosse una  metafora della distruzione del rapporto  tra individuo e potere. Madonna e suora sono due indicazioni non presenti  nel romanzo di Ken Kisey del 1962 e neanche nel film di Milos Forman del 1975.

Scommettiamo che queste due indicazioni non fossero presenti neanche nella riduzione teatrale realizzata qualche anno dopo l’uscita del romanzo, (diciamo 65). Per il semplice motivo che la società americana e la stampa di quegli anni l’avrebbero fatta “a fracasè” di stroncature. Ciò non avvenne, anzi servì da canovaccio per la realizzazione del film di Forman, universalmente riconosciuto tra i primi venti capolavori della storia del cinema.

De Giovanni, noto scrittore aduso a sputtanare i commissariati di polizia corrotti coi “bastardi di Pizzo Falcone” avrà mentalmente semplificato pensando “la Chiesa perdona, Al Baghdadi no” e giù con le metafore (?) ecclesiali  non trovando il coraggio né l’opportunità, visto che ha trasposto tutto nel 1982, di utilizzare un qualche tizio della casta di allora (facciamo un Andreotti?) oppure se proprio voleva essere à la page, metterci una donnina dell’Isis. Ah, no. Li non si perdona, c’è la sharia.

A noi è sembrata una perfida arroganza e ci sorprende il fatto che il sindaco Calogero Firetto che firma il cartellone insieme a Sebastiano Lo Monaco e Gaetano Aronica, abbia accettato di arrecare un altro  possibile  turbamento alla sensibilità religiosa degli agrigentini.

A meno che non abbia pensato che la middle class (all’incirca  600 affluenti  tra canuti, biondi e castani) per la quale il cartellone viene confezionato, ormai trangugia tutto e applaude sempre per timore di non aver capito. Applausi però che in occasione di questa messinscena sono apparsi convinti anche per il significato della commedia che essendo grandissima di per se, non viene scalfita da lunghezze estenuanti di dialogo che  confondono il profilo dei reclusi in quell’universo concentrazionario e si fa perdonare con un finale dove viene retoricamente alzato il diapason di una musica di trascinante melò.

Resta da calcolare per  quanto tempo ancora  gli altri 59mila agrigentini dovranno pagare questo andazzo di cartellone che Firetto eredita senza discostarsi mai dalle logiche pentapartitiche e dove si riscopre un consiglio comunale che “abbaia alla luna”.

Ultima notazione, la strana  mancanza nelle note di sala, delle gerenze riguardanti le scene che sono di Gianluca Amodio e che risultano determinanti insieme ai costumi di Chiara Aversano, il disegno luci  di Marco Palmieri, le musiche originali di  Pivio & Aldo De Scalzi, le videografie di  Marco Schiavoni, mentre Daniele Russo ed Elisabetta  Valgoi capeggiano con onore la lista dei “matti da slegare” Mauro Marino, Marco Cavicchioli, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Giulio Federico Janni, Daniele Marino, Antimo Casertano, Gilberto Gliozzi, Gabriele Granito, Giulia Merelli.

Testo e foto di Diego Romeo

 

 


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