Acqua e debiti, ancora distanti AICA e Siciliacque: la palla passa alla Regione
Scambio di lettere nei giorni scorsi tra le due società: il sovrambito avanza una proposta economica ritenuta però inaccettabile dalla consortile
Non è un “muro contro muro” perché, dice la presidente di Aica, sostenerlo significa mentire e fare gli interessi non meglio precisati di qualcuno.
E allora lasciamo al lettore l’opportunità di scegliere quale definizione dare al duro scambio di lettere intercorse in questi giorni tra Aica e Siciliacque. Al centro, ovviamente, le decine di milioni di euro che la consortile deve al sovrambito e che, in parte, sono già finiti sui tavoli dei giudici.
A leggere le missive emergono due posizioni nette, distanti e visioni diametralmente opposte sullo stato di salute dell’azienda pubblica agrigentina e sulle modalità di rientro del debito milionario.
La prima nota, firmata da Siciliacque, è del 23 gennaio, data in cui le due società avevano svolto un tavolo bilaterale che, come ovvio date le posizioni di partenza, non aveva prodotto risultati apprezzabili.
Il sovrambito avanza per la prima volta una proposta transattiva per risolvere una situazione definita di “significativa criticità”: il credito maturato verso AICA ammonta a circa 23,5 milioni di euro per sorte capitale, a cui si aggiungono 3,9 milioni di euro di interessi di mora.
La proposta di Siciliacque si articola in quattro punti chiave: estinzione parziale del debito utilizzando l’anticipazione regionale di 20 milioni di euro da versare direttamente a Siciliacque; pagamento dei restanti 3,5 milioni di euro in 12 mesi e riduzione del 50% degli interessi di mora maturati. Dall’altra parte ci doveva essere l’impegno di Aica al pagamento regolare e totale delle fatture mensili future.
Siciliacque, inoltre, ha espresso forte preoccupazione per la comunicazione di AICA di poter corrispondere solo 700 mila euro al mese a fronte di un costo del servizio di circa 1,1 milioni, avvertendo che ciò causerebbe un “rapido ulteriore accumulo di credito”.
Due giorni dopo arriva la risposta di AICA, a firma della presidente Danila Nobile, del direttore generale Francesco Fiorino e del presidente dell’Assemblea dei sindaci Salvatore Di Bennardo. L’azienda, come prevedibile, ha respinto con fermezza l’immagine di una società prossima al collasso contestando anche a Siciliacque di aver diffuso a più enti la lettera di cui sopra, contenente “valutazioni non condivise” dopo che l’azienda agrigentina aveva scelto la via della riservatezza, coinvolgendo solo la Prefettura.
“AICA – dice la lettera – non versa in uno stato di grave crisi tale da compromettere la prosecuzione dell’attività egli ultimi sei mesi sono stati compiuti passi concreti e misurabili, sia sotto il profilo gestionale che finanziario. L’Azienda garantisce continuità del servizio pubblico essenziale a oltre 450.000 cittadini della provincia di Agrigento, in un contesto territoriale notoriamente fragile. Rappresentare tale fase come una condizione di sostanziale incapacità operativa è grave, non corrispondente alla realtà e istituzionalmente inappropriato”.
AICA rifiuta la proposta, sostenendo che il pagamento richiesto del 70% delle fatture correnti (700.000 euro mensili) rappresenta “una percentuale mai corrisposta con continuità in precedenza” e definisce l’approccio di Siciliacque viene definito “rigidamente esattivo” perché “non configura in alcun modo una trattativa, ma un’impostazione rigidamente esattiva di tipo tutto o niente”. Inoltre l’azienda agrigentina nei fatti ritiene – e lo ha detto anche in passato – che l’unica somma da corrispondere a Siciliacque per i debiti precedenti saranno i 20 milioni di euro stanziati dalla Regione e null’altro. Somme che tra l’altro saranno corrisposte a Siciliacque unicamente a seguito della sottoscrizione di un atto transattivo in tal senso e, dunque, condizionato alla rinuncia da parte di Siciliacque ad importi pari a circa 7,4 milioni di euro già maturati.
“Una simile posizione, come già evidenziato – dice Siciliacque – risulta non coerente con l’indirizzo dell’Assessorato volto alla definizione negoziale della vicenda e non risulta sostenibile per la società, la quale – a causa del protrarsi degli inadempimenti da parte di AICA – non è nelle condizioni di rinunciare a quota parte del capitale senza compromettere il proprio equilibrio economico-finanziario e la continuità del servizio, già oggetto di rilievi da parte del collegio sindacale. Inoltre, nell’ambito della regolazione di settore, una rinuncia di questa entità altererebbe il principio comunitario del “full cost recovery”, determinando un mancato introito di costi già sostenuti”.
AICA dal canto suo, nella propria lettera, quindi di essere pronta a un confronto “serio e mediato” nelle sedi regionali, rifiutando però ogni impostazione che sia, a suo parere “priva di equilibrio”, o più banalmente diversa da quanto prospettato. Siciliacque, dal canto suo, ha fissato il termine ultimo per conoscere le determinazioni di AICA al 29 gennaio 2026.
La vicenda passa ora nelle mani della Presidenza della Regione e degli Assessorati competenti, chiamati a mediare una crisi che, oltre ai numeri, riguarda la garanzia di un bene primario per l’intero Agrigentino: questa settimana si terrà un nuovo tavolo istituzionale e si capirà, stavolta, se parlare di “Muro contro muro” sia stato o no mentire ai lettori.





