È morto l’ex agente segreto Bruno Contrada
Ex numero tre del Sisde negli anni piu' violenti della guerra di mafia a Palermo, e' stato al centro di una vicenda giudiziaria controversa che ha diviso l'opinione pubblica
Combattente fino alla fine, sospettato fin quasi agli ultimi giorni di vita. L’occasione piu’ recente in cui si era parlato di Bruno Contrada, napoletano ma da mezzo secolo a Palermo, morto all’eta’ di 94 anni, era stata l’inchiesta sul depistaggio Piersanti Mattarella, nella quale era indagato l’ex prefetto Filippo Piritore, tornato libero nei giorni scorsi dopo una sentenza della Cassazione sui suoi arresti domiciliari: era sparito il guanto usato dai killer dell’ex presidente della Regione siciliana e oggi Piritore e’ sotto accusa per aver cercato di sviare le indagini su questa storia. Ma con chi aveva detto di aver parlato di quel misterioso guanto, Piritore, quando era un giovane funzionario della Squadra mobile? “Con Bruno Contrada”, aveva risposto nel settembre e nell’ottobre 2024 ai pm di Palermo. Chiamato in causa – non sempre a proposito – per mille vicende, legate agli anni di piombo siciliani, i ’70 e gli ’80 in particolare, Contrada e’ morto comunque da uomo libero, dopo avere scontato otto anni tra carcere e arresti domiciliari. Sempre a inseguire le sue contraddizioni pero’, e quelle di un intero Paese nella lotta, spesso border line, alla mafia.
La sentenza che lo aveva dichiarato colpevole di concorso in associazione mafiosa, infliggendogli 10 anni, era stata dichiarata “ineseguibile” dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo, da Strasburgo, l’aveva dichiarata priva di effetti penali. “Colpa” del concorso esterno, il combinato disposto degli articoli 110 e 416 bis del codice penale, caro a Giovanni Falcone ma – all’epoca dei fatti contestati a Contrada, compresi tra il 1974 e il 1992 – ancora vago e indeterminato. Un motivo tecnico che aveva dato al ‘superpoliziotto’ la possibilita’ di dire di avere scontato la pena senza ragione. Ma come in molti fatti italiani, dopo aver ottenuto un risarcimento da 667 mila euro, un annullamento con rinvio da parte della Cassazione aveva fatto si’ che la Corte d’appello palermitana, tornata a occuparsi del caso, il risarcimento lo negasse. La ragione era che comunque Contrada, con i suoi comportamenti, avesse “dato causa” ai sospetti di collusione nei suoi confronti. Collusioni che non sarebbero state immaginarie. Capo della Squadra mobile negli anni piu’ duri del contrasto alla criminalita’ organizzata, Contrada aveva sempre detto di aver subito la vendetta di mafiosi che, come Gaspare Mutolo, lo odiavano perche’ lui la lotta alla mafia l’aveva sempre fatta e senza sconti: Mutolo fra l’altro era tra i colpevoli dell’omicidio dell’agente Gaetano Cappiello, morto durante il tentativo di catturare i sequestratori dell’imprenditore Angelo Randazzo. Ma era stato proprio l’ex picciotto di Partanna a inguaiare il ‘superpoliziotto’, parlando delle sue collusioni con Cosa nostra e col capo del mandamento di Partanna Mondello, don Saro Riccobono, “signore” delle borgate marinare di Palermo.
Altri pentiti, tra cui Francesco Marino Mannoia, avevano rivelato i collegamenti con Stefano Bontate, il cosiddetto Principe di Villagrazia, anche lui assassinato, come don Saro. Nella squadra dell’eterno imputato-indagato, negli anni ’70, prima che i sospetti si addensassero su di lui, c’era stato anche Boris Giuliano, ucciso da Leoluca Bagarella il 21 luglio 1979 nel bar Lux di Palermo. Vecchie foto in bianco e nero ritraggono i due insieme con altri volti storici della Mobile “dura e pura”: “Non ho mai tradito i miei uomini, Giuliano in particolare”, aveva ripetuto mille volte Bruno Contrada. La sua carriera era proseguita con la dirigenza della Criminalpol della Sicilia occidentale, poi il lavoro all’Alto commissariato per la lotta alla mafia, l’ingresso nei Servizi segreti, la scalata fino a diventare il numero tre del Sisde. E intanto i sospetti che si accumulavano, concretizzati dalla questione dell’arresto annunciato di Oliviero Tognoli e del sorriso che lo stesso industriale avrebbe fatto a Giovanni Falcone, quando il giudice istruttore gli aveva chiesto se fosse stato Contrada a dargli la dritta. Storie degli anni ’80, poi oggetto del lungo processo che lo vide imputato a Palermo, fino al periodo delle stragi e ai sospetti dei pm di Caltanissetta sul possibile ruolo che l’agente segreto avrebbe avuto un ruolo nella vicenda Borsellino in particolare, oggetto di un “colossale depistaggio”. Una posizione nebulosa, la sua, forse anche comoda quando non si riusciva ad arrivare a risultati investigativi concreti, sempre risoltasi con un nulla di fatto. “Sono pulito”, ripeteva, “su di me non e’ mai stato dimostrato nulla di concreto”. Fino alla morte, fino agli ultimi sospetti, fino a una sentenza “improduttiva di effetti penali” e a tante inchieste archiviate.




