Marmista ucciso a Cattolica Eraclea, definitiva condanna a 24 anni per Sciortino
Ad undici anni dall’omicidio che sconvolse Cattolica Eraclea si chiude una lunga e complessa vicenda giudiziaria. Nelle prossime ore potrebbe arrivare l’ordine di carcerazione per l’operaio
Diventa definitiva la condanna a ventiquattro anni di carcere nei confronti di Gaetano Sciortino, operaio sessantunenne, per l’omicidio di Giuseppe Miceli, il marmista di Cattolica Eraclea ucciso il 6 dicembre 2015 all’interno del suo laboratorio in via Crispi. Lo ha disposto la Cassazione che, nel rigettare il ricorso della difesa, ha messo il sigillo su una vicenda giudiziaria lunga e complessa. Nelle prossime ore, dunque, potrebbe arrivare anche l’ordine di carcerazione per Sciortino per scontare la pena ormai definitiva. I familiari della vittima, costituitisi parte civile, sono rappresentati dagli avvocati Antonino Gaziano e Rino Di Caro. L’operaio, invece, è difeso dagli avvocati Santo Lucia e Giovanna Morello.
Ad undici anni dai fatti si chiude un caso caratterizzato da ben quattro processi tra condanne e assoluzioni. La Corte di assise di Agrigento in primo grado – nel 2022 – aveva inflitto 24 anni di carcere a Sciortino nonostante la richiesta dell’ergastolo avanzata dalla procura. In secondo grado, invece, il ribaltone con una sentenza di assoluzione “perchè il fatto non sussiste”. Poi un nuovo colpo di scena con l’intervento della Cassazione che annullò l’assoluzione disponendo un nuovo processo-bis al margine del quale sono stati inflitti 24 anni di reclusione all’imputato. Oggi, questa condanna, diventa definitiva.
L’omicidio di Giuseppe Miceli, piccolo artigiano di Cattolica Eraclea, si consuma nel dicembre 2015 con il ritrovamento del cadavere all’interno del suo laboratorio. Chi ha agito lo ha fatto con estrema efferatezza, utilizzando come armi del delitto alcuni attrezzi e un’acquasantiera in marmo. Gaetano Sciortino venne arrestato dai carabinieri due anno dopo. Ad “incastrarlo” – secondo l’ipotesi accusatoria – ci sarebbero stati alcuni elementi: il ritrovamento di una scarpa in un’area rurale la cui impronta sarebbe compatibile con quella repertata dai RIS sulla scena del crimine; il presunto pedinamento del giorno precedente e la distruzione di alcune punte da trapano da parte dei figli dell’imputato (intercettati) che appartenevano alla vittima.
Il movente del delitto, secondo quanto scritto nella sentenza delle Corte di appello di Palermo, è di natura economica. Prima il furto di una valigetta con degli attrezzi di valore e poi una rapidissima escalation di violenza culminata con una rapina finita nel sangue. L’ipotesi fino alla sentenza del processo bis non era mai stata pienamente sposata, neanche nella fase di emissione della misura cautelare nei confronti dell’operaio.




