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Fuoco alle licenze: La TARI ha fatto esplodere Naro. Sindaco e Assessori assenti (ft- vd)

Gli slogan erano semplici, diretti, come se fossero dettati da una prof. delle medie per quanto erano chiari: "Non siamo il vostro bancomat", "Vogliamo pagare il giusto".

Pubblicato 48 minuti fa



Ci sono momenti in cui una città smette di soccombere e, questa mattina, a Naro, quel momento è arrivato. Centinaia di commercianti, con le loro famiglie al seguito, hanno abbassato le serrande, sono usciti per strada e hanno camminato insieme fino al Palazzo di Città. Non era una folla occasionale, non era una protesta improvvisata: era il risultato di mesi di attese tradite, di tavoli aperti e chiusi senza esito, di promesse che si sono dissolte nel silenzio istituzionale. La TARI, con aumenti che in alcuni casi hanno superato il 260%, con tariffe arrivate a 31 euro al metro quadro, è stata la miccia o, come potremmo dire in questo tempo di guerra, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma la polvere da sparo si era accumulata da molto più lontano.

Gli slogan che hanno attraversato il centro storico erano semplici, diretti, come se fossero dettati da una prof. delle medie per quanto erano chiari: “Non siamo il vostro bancomat”, “Vogliamo pagare il giusto”. Non erano insulti. Erano, semmai, la forma più civile che la disperazione riesce ancora ad assumere prima di trasformarsi in oblio. Mentre la piazza era piena, il Palazzo di Città era esposto al sole cocente che a Naro è il classico sole della mattina di San Calò. Qualcuno urlava al Sindaco di affacciarsi dal balcone come il Papa, altri chiedevano di essere ascoltati anche telefonicamente, in videochiamata. Nessun amministratore si è affacciato. Nessun consigliere, né di maggioranza né di opposizione, ha ritenuto di essere presente. Il sindaco Dalacchi non è sceso tra la gente. L’assessore nemmeno. Hanno fatto sapere di essere disponibili a ricevere una delegazione. Una delegazione. Come se fosse possibile isolare qualche rappresentante da una categoria che era lì tutta intera, con le saracinesche abbassate e anni di conti oscuri sulle spalle.

I commercianti hanno risposto di no. Non per mancanza di volontà al dialogo, ma per eccesso di memoria: i tavoli di confronto ci sono già stati, più volte. Non hanno mai portato da nessuna parte. A un certo punto, sedersi ancora attorno a un tavolo non è più un gesto di buona volontà ma è solo perdere altro tempo.

Sarebbe comodo, anzi scorretto, addossare tutto all’amministrazione in carica. La vicenda TARI di Naro ha radici che affondano nel 2020, attraversa giunte diverse, porta le impronte di chi non ha approvato i piani economico-finanziari in tempo, di chi ha rinviato, differito. È una storia bipartisan nella sua mediocrità, come abbiamo già scritto. Ma proprio per questo la latitanza odierna pesa doppio: quando l’eredità è già così gravosa, l’unica risposta possibile è la presenza, il coraggio di stare in mezzo alle persone che pagano le conseguenze di anni di scelte non proprio oculate. Invece, niente.

A chiudere la manifestazione, un gesto simbolico destinato a restare: davanti al portone del Palazzo di Città, i commercianti hanno dato fuoco alle loro licenze. Un atto carico di significato, quasi un autodafé (n.d.r. me lo insegnò la mia Prof. delle medie, la defunta Prof. Maletta) collettivo: la restituzione simbolica di una burocrazia che impone oneri sempre meno sostenibili senza offrire, in cambio, risposte credibili. Una città ha chiesto conto ai propri rappresentanti. I propri rappresentanti non si sono presentati. Le licenze bruciate davanti al Comune di Naro sono, oggi, il documento più eloquente di questa storia. Lo Stato, nella sua declinazione locale, chiede di essere in regola, di pagare, di rispettare le regole. In cambio dovrebbe offrire servizi proporzionati, tariffe giuste, una gestione trasparente del denaro pubblico. Quando questa reciprocità viene meno, bruciare una licenza non è un atto di ribellione. È una domanda. Una domanda a cui nessuno, stamattina, ha saputo rispondere.

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