Processo a boss tratta esseri umani, chiesti 14 anni per il ‘Generale’; Pm attacca giornalisti, replica di Francese

Redazione

Giudiziaria

Processo a boss tratta esseri umani, chiesti 14 anni per il ‘Generale’; Pm attacca giornalisti, replica di Francese

di Redazione
Pubblicato il Giu 18, 2019
Processo a boss tratta esseri umani, chiesti 14 anni per il ‘Generale’; Pm attacca giornalisti, replica di Francese

La condanna a 14 anni di reclusione e 50 mila euro di multa per Mered Medhanie Yehdego, alias Tesfamariam Medhanie Berhe. Questa la richiesta dei pubblici ministeri Calogero Ferrara e Claudio Camilleri al termine della requisitoria al processo a Mered Medhanie Yedhego, detto “il generale”, accusato di essere a capo di una organizzazione transnazionale che gestisce il traffico di esseri umani tra l’Africa e l’Europa. L’imputato è stato arrestato a Khartoum a maggio 2016 su mandato della Procura di Palermo in collaborazione con la Nca britannica e la polizia sudanese ed è stato estradato in Italia a giugno dello stesso anno.

Fin dal suo arrivo in Italia l’imputato – anche attraverso il suo legale, l’avvocato Michele Calantropo – ha invocato l’errore di persona, sostenendo di essere un profugo eritreo, falegname, di nome Medhanie Tasmafarian Behre. Il processo è iniziato – dinanzi alla Corte d’assise – ad ottobre 2017.Il pm ha messo in evidenza l’importanza delle dichiarazioni di Nuredin Wehabrebi Atta, primo “pentito” in materia a cui viene riconosciuto lo status previsto prima solo per gli ex mafiosi: “Fin dal 2015 la Procura di Palermo ha escluso quella fotografia (quella con maglietta blu e crocifisso d’oro) inserita erroneamente in una informativa. Noi abbiamo un collaboratore di giustizia che il 29 aprile 2015 dice di averlo conosciuto a Catania, al Cara di Mineo, nel 2014. Quel soggetto nella foto si chiama Habdega Sghedom. Lo dice cinque volte e poi lo ha confermato qui”. Secondo i pm i tanti testimoni sentiti al dibattimento – incluso il presunto fratello – sarebbero farciti da tanti “ricordo”. Mentre l’esame dell’imputato finisce per essere, in alcuni casi, “autoaccusatorio”. Il pm ha ricostruito la genesi dell’indagini – da Glauco 1 a Glauco 2 – fino alla “proficua collaborazione” con la Nca britannica, spiegando anche le tecniche di “instradamento” dei flussi “che hanno consentito legittimamente di intercettare telefonate dall’estero ma transitate su reti e strutture italiane”. L’accusa ha sottolineato anche l’illegittima attivita’ portata avanti – nel 2015 – dalla Guardia Costiera di Roma (“La famosa vicenda della foto avviene attraverso gli illegittimi colloqui investigativi – ha detto Ferrara – condotti dalla Guardia costiera con un soggetto ritenuto inattendibile”). Secondo il pm sarebbe anche stata attuata una “campagna di stampa per coprire il trafficante così come elementi contradditori e non corrispondenti al vero ed indicativi delle attività di favoreggiamento e inquinamento a copertura dell’imputato”.

Il pm ha inoltre chiesto la condanna a 10 anni di reclusione (e 40 mila euro di multa) per i coimputati Afomia Eyasu, Andebrahan Tareke e Arouna Said Traore e otto anni di reclusione (e 35 mila euro) per Muktar Hussein e Mahammad Elias.Il 27 giugno parola alle altri parti, l’1 luglio arringa della difesa.

L’accusa in aula è stata sostenuta dai pm Gery Ferrara e Claudio Camilleri. Oltre a Mered Yedego erano imputati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento e al traffico di esseri umani Afomia Eyasu, Andebrahan Tareke e Arouna Said Traore, per cui sono stati chiesti 10 anni, mentre per Muktar Hussein e Mahammad Elias è stata sollecitata una condanna a otto anni di carcere.

Il processo nasce da una inchiesta della Procura di Palermo sui trafficanti di uomini. I pm cercavano da anni quello che ritenevano uno dei capi dell’organizzazione che gestiva la tratta, conosciuto dall’autorità giudiziaria italiana come Mered Yehdego Medhanie, nome che potrebbe essere uno degli alias usati dal “boss”. Fu la National Crime Agency britannica a dare agli italiani l’informazione che il ricercato si trovava a Khartum, in Sudan. Gli inquirenti sudanesi e inglesi accertarono che aveva in uso più utenze cellulari una delle quali, intercettata dai magistrati palermitani, risultò collegata ad alcuni trafficanti di uomini che vivevano in Libia. All’imputato vennero sequestrati una serie di biglietti alcuni dei quali con numeri di telefono di persone implicate nella traffico: 74 su 77 sarebbero, dicono i consulenti, scritti di pugno dell’imputato. Anche l’analisi delle telefonate fate col cellulare in uso all’eritreo avrebbero confermato i sospetti degli investigatori: nel corso di diverse conversazioni, infatti, si parlava di traffico di migranti. L’indagato ha sempre negato che fosse suo il cellulare sequestrato e il suo legale ha sostenuto che quello arrestato non fosse il ricercato, ma Medhanie Tesfamariam Bere, un falegname che si trovava in Sudan con l’intenzione di raggiungere le coste africane per imbarcarsi per l’Europa e che, dunque, ci fosse stato un clamoroso errore di persona.

 “Campagna di stampa per coprire un trafficante? Giudizi pesanti che non ci si aspettano da un pubblico ministero”.

E’ la replica di Giulio Francese, presidente dell’Ordine dei giornalisti Sicilia, che aggiunge: «Si possono avere opinioni diverse ma sempre nel rispetto dei ruoli – dice Francese – I magistrati facciano la propria parte, così come i giornalisti devono fare la loro, raccontando i fatti e, quando questi non li convincono, ponendo domande e sollevando dubbi. Piaccia o non piaccia è il loro mestiere, ci mettono la faccia e se ne assumono le responsabilità personali e professionali».


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