Ridisegnata la mappa dei capi e degli interessi della mafia agrigentina
La ricostruzione minuziosa dei nuovi equilibri mafiosi in terra di Agrigento
Il provvedimento che dispone il carcere duro per il boss di Favara, Giuseppe Sicilia, 43 anni, firmato dalla ministra della giustizia Marta Caparbia è un documento giudiziario-investigativo di rara efficacia e chiarezza.
Per sottoporre il favarese al regime del 41 bis il Ministero della Giustizia ha dato fondo a tutte le tematiche mafiose riguardanti la provincia agrigentina mettendo in luce non solo la pericolosità del preposto ma anche le dinamiche attuali di Cosa nostra in provincia di Agrigento spiegando con temi di stringente attualità – quindi riferiti ad ora – cosa è accaduto e cosa sta avvenendo nel nostro territorio da sempre roccaforte di una mafia essenziale, radicata nei luoghi e nel tempo e, soprattutto, protesa verso la conquista di nuovi obiettivi senza tralasciare i settori economici e di potere del passato.
Un documento che – al momento – non tiene conto dei condannati per mafia che hanno finito di scontare la pena e sono tornati ad agire nei loro territori di origine e gravemente sospettati di aver almeno tentato di riorganizzare le famiglie provando anche a riprendersi una leadership che la detenzione ha solo scalfito.
La parte motiva del provvedimento porta dritto a Matteo Messina Denaro e al mai vinto fenomeno, per certi versi clamoroso, della guida di Cosa nostra anche dall’interno di una struttura penitenziaria.
L’intero provvedimento merita di essere letto per capire al meglio che situazione vige adesso sul fronte mafioso e non solo con specifico riferimento a Cosa nostra Agrigentina.
Scrive il ministro Cartabia a proposito del boss Peppe Sicilia attualmente detenuto, finendo per spiegare al meglio le dinamiche attuali e del recente passato di Cosa nostra: “Gli organi investigativi e giudiziari su Sicilia si sono cosi espressi:
la D.D.A. avanza richiesta di sottoposizione, del detenuto Giuseppe Sicilia, allo speciale regime detentivo di cui all’art. 41 bis per la cui applicazione sussistono tutte le condizioni. Giuseppe Sicilia è attualmente detenuto in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare
in carcere emessa il 22 febbraio 2021 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo nell’ambito del procedimento penale Xidy.
La misura cautelare è stata disposta a seguito della convalida del fermo emesso il 30 gennaio 2021 dalla stessa DDA di Palermo nei confronti del Sicilia e di altri 22 soggetti, in relazione al reato di cui all’art. 416 bis c.p. e altri, commessi in Canicattì, Ravanusa, Favara, Campobello di Licata, Novara, Palermo e Trapani ed altre località del territorio italiano. Detto provvedimento custodiale veniva confermato dal Tribunale per il Riesame di Palermo.
L’appartenenza di Giuseppe Sicilia a Cosa nostra è stata accertata dalla sentenza del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Palermo del 19 aprile 2007 (confermata dalla Corte di Appello con sentenza irrevocabile il 6 maggio 2010) con la quale egli è stato condannato quale responsabile del reato di cui all’art 416 bis c.p. e di numerosi altri delitti fine quali estorsioni, incendi, danneggiamenti e violazione delle disposizioni sul controllo delle armi.
Tanto premesso, ben lungi dal rescindere i profondi legami con l’associazione criminale, dopo il periodo di detenzione subito in espiazione della predetta sentenza di condanna, Sicilia ha immediatamente ripreso la propria posizione all’interno del sodalizio.
Le indagini svolte hanno, invero, rivelato, con valore lampante, non solo la persistenza della sua partecipazione al sodalizio mafioso, ma addirittura la sua progressiva ascesa all’interno delle gerarchie dell’associazione, tanto da rivestire il ruolo di capo della famiglia mafiosa di Favara.
Plurime e davvero incontrovertibili acquisizioni hanno d’altronde consentito di accertare che Sicilia ha diretto la cosca di Favara, occupandosi. di garantire il costante coordinamento con gli altri associati, organizzando e partecipando ad incontri e riunioni riservate con altri membri dell’organizzazione mafiosa finalizzate alla trattazione ed alla risoluzione di vicende di interesse associativo, quali: la rituale presentazione tra associati; la raccolta di soldi, provento delle attività illecite, da destinare al sostentamento dei sodali detenuti; la gestione delle principali dinamiche funzionali al controllo illecito del territorio; la riscossione delle cosiddette “messe a posto”, il controllo delle attività produttive. Sulla scorta di siffatte risultanze il Gip esprimeva sul conto del Sicilia le seguenti considerazioni conclusive: “…non può esservi dubbio alcuno circa la partecipazione attiva del predetto Sicilia alla consorteria mafiosa anche in epoca successiva al periodo “coperto” dal precedente giudicato, potendo anzi affermarsi che le acquisizioni investigative dinanzi riportate, tra cui le dichiarazioni di Giuseppe Quaranta, comprovano come egli abbia assunto, dopo la sua scarcerazione del 2014, il ruolo di capo della famiglia di Favara.
Tanto premesso, va anzitutto evidenziato che, in occasione di un “summit” mafioso, Giancarlo Buggea lo presentava “formalmente”, secondo una delle più .tradizionali regole di cosa nostra tuttora vigenti, all’altro capo Luigi Boncori (incontro del 30/9/2019).
Ancora, estremamente significativa risulta essere la circostanza che il Sicilia sia stato destinatario di una missiva proveniente dal detenuto Angelo Middioni, nella quale si sollecitava il sostegno economico per i sodali in stato di carcerazione e delle loro famiglie, richiesta che, con ogni evidenza, non avrebbe avuto ragion d’essere, se non per le funzioni gerarchiche esercitate dall’odierno indagato nella consorteria mafiosa (25/8/2020).
Ampiamente dimostrativi della partecipazione e del ruolo del Sicilia risultano altresì i dialoghi captati in occasione dei molteplici incontri con e tra Buggea e Boncori aventi ad oggetto la rispettiva competenza delle articolazioni di “Cosa nostra” agrigentina nello svolgimento delle attività illecite nonché con riferimento ai rapporti con gli esponenti mafiosi palmesi”. .
Tutto ciò premesso deve osservarsi che, come noto, gli aderenti a Cosa nostra banno organizzato gravi delitti anche dall’interno delle strutture penitenziarie, riuscendo a raccordarsi con gli altri associati mediante la trasmissione di messaggi, a ordire vendette e rappresaglie nei confronti dei testimoni, dei collaboratori di giustizia e dei loro parenti (specialmente in vista delle dichiarazioni accusatorie che costoro dovranno ribadire in sede dibattimentale).
Tali circostanze rendono oltremodo manifesta, in relazione al descritto ruolo ricoperto da Giuseppe Sicilia, la necessità che sia drasticamente limitata nei suoi confronti la possibilità di contatti con gli altri detenuti e con il mondo esterno, tenuto conto che egli ben potrebbe continuare a svolgere all’interno della struttura carceraria i compiti di promotore ed organizzatore della famiglia di Favara, impartendo ancora ordini, veicolando messaggi e così sostanzialmente fungendo da elemento di collegamento fra il mondo carcerario ed i sodali in libertà
Le indagini svolte hanno d’altronde accertato che proprio Giuseppe Sicilia ha garantito la trasmissione di messaggi che sodali detenuti indirizzavano ad altri associati in libertà.
Le attività di intercettazione hanno infatti rivelato come egli abbia trasmesso a Giancarlo Buggea (promotore e organizzatore delle famiglie mafiose di Canicattì, Ravanusa e Campobello di Licata) e ad altri sodali in libertà un messaggio inoltratogli dall’uomo d’onore di Campobello di Licata Angelo Middioni. Inoltre, il collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta, già reggente della famiglia di Favara. (dall’ottobre 2013 al luglio 2014) e rappresentante della famiglia Fragapane nell’intera provincia di Agrigento, ha riferito che nell’estate del 2014 Giuseppe Sicilia, all’epoca detenuto, ha veicolato ai sodali all’epoca in libertà l’ordine impartito dal capo mandamento Francesco Fragapane (attualmente detenuto in regime di cui all’art 41 bis) di “posare” (ossia allontanare dalla famiglia mafiosa di Favara) lo stesso Quaranta. D’altronde, il collaudato sistema di veicolazione di messaggi da e verso uomini d’onore reclusi – già ricostruito in più sentenze definitive con riguardo ad altri soggetti detenuti – come emerso nel corso dell’indagine, ha trovato in Giancarlo Buggea (in attuali e strettissimi rapporti con il Sicilia) uno spregiudicato protagonista, capace (con la complicità della sodale Angela Porcello, avvocato) di escogitare un subdolo meccanismo per consentire ai capi mafia ergastolani Giuseppe Falsone, Alessandro Emmanuello e Salvatore Siciliano di aggirare i divieti correlati al regime speciale di cui all’art 41 bis.
In conclusione, gli elementi probatori ed investigativi raccolti a carico dell’indagato Sicilia hanno permesso di evidenziare che costui è un soggetto dotato di un elevatissimo indice di pericolosità sociale per il cui contenimento non si ritiene che possano essere sufficienti le restrizioni adottate con l’ordinario regime detentivo. Alla stregua delle evidenziate emergenze, la Dda di Palermo ritiene che risultino ampiamente sussistenti i presupposti formali e sostanziali richiesti dall’art. 41 bis. Pertanto in considerazione dell’alto indice di pericolosità. Sociale non si ritiene
che nei confronti di Giuseppe Sicilia possano essere sufficienti le restriz1om adottate con l’ordinario regime detentivo, sicché appare assolutamente indispensabile, a parere della stessa Dda di Palermo, disporre che il predetto detenuto venga sottoposto allo speciale del regime disciplinato dall’art. 41 bis;
la Dna ha affermato che Giuseppe Sicilia è stato tratto in arresto a seguito di decreto di Fermo del P.M. del 30.1.2021, convalidato dal Gip del Tribunale di Agrigento il 5.2.2021 che ha applicato la misura della custodia cautelare in carcere, ordinanza rinnovata dal Gip del Tribunale di Palermo in data 22.2.2021 per il reato di cui all’art. 416 bis, per aver assunto un ruolo direttivo della famiglia mafiosa di Favara.
Sicilia ha potuto ricoprire tale ruolo in quanta organico a Cosa nostra della provincia di Agrigento perché già condannato con sentenza irrevocabile del maggio 2010 per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. e numerosi altri delitti fine quali estorsioni, incendi, danneggiamenti e violazione delle disposizioni in materia di armi.
Appena scarcerato, Sicilia ha riorganizzato il sodalizio mafioso della zona e ha esercitato un costante controllo del territorio e delle realtà criminali ivi presenti. In particolare, il detenuto ha partecipato a riunioni fra associati mafiosi anche con ruoli apicali, talune nello studio dell’avvocato Angela Porcello, anch’essa destinataria del provvedimento cautelare del 30.l .2021 per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p., finalizzate a discutere in merito alle dinamiche interne all’organizzazione, alla programmazione di attività estorsive sul territorio, alla distribuzione di denaro per il sostentamento delle famiglie dei detenuti.
Tenuto pertanto conto di quanto sin qui evidenziato, non può esservi alcun dubbio riguardo alla necessità di applicare al Sicilia il regime di cui al 41 bis, trattandosi di un soggetto dotato di un elevatissimo indice di pericolosità sociale per il cui contenimento non si ritiene che possano essere sufficienti le restrizioni .adottate con l’ordinario regime detentivo. .
D’altra parte, giova segnalare che le indagini dimostrano come siano continui e perduranti i collegamenti criminali tra gli esponenti di Cosa nostra anche durante i periodi di detenzione dei singoli aderenti; la capacità (purtroppo più volte riscontrata in concreto) di costoro di organizzare gravi delitti sia all’interno che all’esterno delle strutture penitenziarie e di raccordarsi tra loro mediante la trasmissione di messaggi per regolare e dare nuovi impulsi al più pericoloso sodalizio criminoso esistente (ordire vendette e rappresaglie nei confronti dei collaboratori di giustizia e dei loro parenti specialmente in vista delle dichiarazioni accusatorie che costoro dovranno ribadire in sede dibattimentale) rendono oltremodo manifesta, in relazione all’evidenziato ruolo ricoperto da Giuseppe Sicilia al suo interno, la necessità che sia drasticamente limitata a costoro la possibilità di contatti con gli altri detenuti e con il mondo esterno, tenuto conto che egli ben potrebbe continuare a svolgere. all’interno della struttura carceraria i compiti di direzione della famiglia mafiosa di Favara, impartendo ancora ordini e veicolando le direttive.
Va, altresì, segnalato che tale articolazione di Cosa Nostra agrigentina è risultata in contatto, tramite la figura di Giancarlo Buggea, esponente apicale del mandamento di Canicattì, con il latitante Matteo Messina Denaro. Le indagini più recenti hanno dimostrato la vitalità e l’operatività dell’organizzazione mafiosa “Cosa nostra” nella provincia agrigentina, come si evince dai procedimenti di seguito indicati: ·
Il procedimento penale nei confronti di Leo Sutera, reggente del mandamento mafioso di Sambuca di Sicilia e già condannato in via definitiva per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. nelle operazioni denominate “Cupola” e “Nuova Cupola”, nuovamente tratto in arresto il 29 ottobre 2018 per il medesimo titolo di reato, unitamente ad altri tre soggetti (Tabone Giuseppe, Salvato Maria e Vaccaro Vito). I 4 imputati sono stati tutti condannati, a seguito di giudizio abbreviato con sentenza resa in data 8 luglio 2019 dal GUP presso il Tribunale di Palermo, alle pene rispettive di complessivi armi 18 di reclusione, in continuazione con precedente giudicato (Sutera Leo) e di armi tre di reclusione (Tabone, Salvato e Vaccaro);
il procedimento penale “Montagna” nei confronti di numerosi soggetti, operanti nell’intero territorio della provincia di Agrigento ed anche in altre province siciliane, per i reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e altri reati fine. A seguito di una complessa ed articolata attività d’indagine, si è acquisita una straordinaria quantità di elementi investigativi che hanno riguardato esponenti di spicco della quasi totalità delle articolazioni territoriali della provincia agrigentina, con la conseguente accertata finalità di una nuova e ben strutturata riorganizzazione dell’associazione criminale “Cosa nostra” – nella provincia. Si è pervenuti nel gennaio 2018 all’esecuzione della misura cautelare custodiale nei confronti di 59 indagati facenti parte dei mandamenti della “Montagna” (risultante della riunione degli storici mandamenti di Santa Elisabetta e di Santo Stefano di Quisquina) e di Sciacca. L’indagine ha, peraltro, consentito di disarticolare ben 15 famiglie mafiose componenti i citati mandamenti e segnatamente quelle di: Santa Elisabetta, Cammarata/San Giovanni Gemini, Favara, Bivona, San Biagio Platani, Raffadali, Casteltermini, Sciacca, Castronovo di Sicilia, Alessandria della Rocca, Palma di Montechiaro, Capizzi, Caltavuturo, Racalmuto. Successivamente, a seguito dell’avviata collaborazione di Giuseppe Quaranta (capo della famiglia mafiosa di Favara) e di ulteriori elementi acquisiti, con ordinanza eseguita in data 28 giugno 2018, il GIP presso il Tribunale di Palermo ha disposto la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di 10 indagati. In data 25 luglio 2019, il Gup presso il Tribunale di Palermo ha condannato a pene particolarmente severe, a seguito di giudizio abbreviato, 35 imputati, tra cui Francesco Fragapane, in quanto ritenuto capo del neo mandamento della “Montagna “. Ebbene, in tale processo è stato accertato che Francesco Fragapane è stato l’ispiratore e promotore del summenzionato progetto di ristrutturazione di Cosa Nostra agrigentina con un nuovo assetto organizzativo. In considerazione del ruolo apicale ricoperto anche Francesco Fragapane è stato di recente sottoposto al regime detentivo differenziato di cui all’art. 41bis;
il procedimento penale per il reato di cui agli artt. 416 bis c.p. e numerosi episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso e di traffico di sostanze stupefacenti ove sono stati tratti in arresto il 4 marzo 2019 diversi sodali e il reggente della famiglia mafiosa di Agrigento-Villaseta, Antonio Massimino;
il procedimento penale denominato “Assedio”) per il reato di cui all’art 416 bis c.p. che il 19 giugno e il 29 luglio 2019 ha condotto all’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare nei confronti di appartenenti alle famiglie mafiose di Licata e Campobello di Licata, tra cui in particolare i reggenti Lauria Giovanni e Occhjpinti Angelo. Le indagini hanno, peraltro, consentito di accertare l’influenza esercitata da “Cosa nostra” su talune logge massoniche, ove si consideri che Lauria Vito (indagato quale appartenente alla famiglia mafiosa· di Licata diretta dal padre Giovanni) è maestro venerabile della loggia “Arnaldo da Brescia” di Licata e Lutri Lucio, funzionario della Regione Sicilia (anch’egli indagato sottoposto alla custodia cautelare per il reato di cui all’art 110, 416 bis c.p.), ha rivestito il ruolo di maestro venerabile della loggia “Pensiero e Azione” di Palermo;
il procedimento penale originato in data 4 novembre 2019 dall’arresto per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. diversi esponenti della famiglia mafiosa di Sciacca della provincia di Agrigento, tra cui il reggente Dimino Accursio e Antonello Nicosia, che, quale appartenente al Partito dei radicali e assistente parlamentare di un deputato nazionale, ha strumentalizzato il suo ruolo per accedere in diverse strutture penitenziarie e mantenere contatti con esponenti mafiosi detenuti anche al regime differenziato come avvenuto presso il carcere di Tolmezzo dove ha incontrato il 2 febbraio 2019 senza alcuna registrazione del colloquio, come previsto della legge, Guttadauro Filippo, esponente apicale di Cosa Nostra trapanese e cognato del latitante Matteo Messina Denaro.
Va evidenziato, altresì, che Cosa Nostra agrigentina vive una preoccupante situazione di fibriillazione interna per effetto della quale si sono verificati gravissimi fatti di sangue: nel mese di novembre 2011 veniva ucciso a Palma di Montechiaro Burgio Calogero; nel mese di gennaio 2012 venivano uccisi, in Palma di Montechiaro, Condello Giuseppe e Priolo Salvatore; nel Maggio 2013 veniva ucciso Ciulo Calogero, la scia di sangue proseguiva quando Bellavia Carmelo era assassinato a Favara il 26 gennaio 2015 e Terranova Salvatore a Naro il 16 febbraio 2015.
Si segnala, altresì, la sequenza in atto di omicidi e di tentati omicidi commessi tra il Belgio e Favara dal mese di ottobre 2016: un omicidio in Belgio il 3.5.2017 e un tentato omicidio in Belgio il 28.4.2017, l’omicidio il 26 ottobre 2016 di Carmelo Ciffa a Favara, il 23 maggio 2017 il tentato omicidio a Favara di Carmelo Nicotra, da ultimo 1’8 marzo 2018 l’omicidio di Emanuele Ferrari attinto da numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da una pistola.
Ebbene, le :indagini connesse alla suddetta faida hanno consentito in data 15 settembre 2020 l’arresto di sette soggetti, quattro in Sicilia e tre cittadini residenti in Belgio per effetto di Mandato di Arresto Europeo, indagati per i reati di tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso e detenzione illegale di armi comuni da sparo.
Ciò, evidenzia l’estrema instabilità degli equilibri e dei rapporti di forza tra le varie famiglie mafiose nella provincia agrigentina. Tale inquietante recrudescenza di fatti criminosi di sangue, dopo un periodo di sostanziale “silenzio” da parte dell’organizzazioni mafiose ivi operanti (Cosa Nostra e Stidda) è accompagnata dal rinvenimento il 20 giugno 2017 e 25 luglio 2017 di veri e propri arsenali di armi, a dimostrazione della disponibilità di un notevole apparato militare anche del tipo da guerra come kalashnikov, fucili mitragliatori, esplosivi e munizioni.
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Ancora, le indagini svolte e confluite nel recente provvedimento cautelare a carico di Sicilia hanno documentato le modalità subdole attraverso le quali gli associati mafiosi, tramite I’avvocato Porcello, sono riusciti ad entrare in contatto con esponenti apicali di Cosa Nostra ristretti al regime detentivo differenziato quali Falsone Giuseppe, Emmanuello Alessandro, Siciliano Salvatore.
Le investigazioni hanno accertato che Sicilia ha trasmesso ad altri affiliati in libertà un messaggio inoltratogli dal detenuto Middioni Angelo, uomo d’onore di Campobello di Licata che sollecitava il sostentamento economico per gli affiliati ristretti in carcere.
Ancora, il collaboratore di giustizia Quaranta Giuseppe, già reggente della famiglia mafioso di Favara nel 2014, ha riferito che in quell’anno Giuseppe Sicilia, all’epoca detenuto, ha veicolato agli affiliati in libertà l’ordine impartito dal capo mandamento Fragapane Francesco, attualmente detenuto al regime differenziato di cui all’art. 41 bis di “posare” (ovvero allontanare) lo stesso Quaranta dal sodalizio mafioso.
Per i motivi esposti, considerato che uno stato di detenzione secondo ordinarie modalità potrebbe facilitare il mantenimento ed il rafforzamento dei rapporti del detenuto con l’ambiente criminale esterno, con conseguente aggravamento del rischio criminale connesso alla personalità del medesimo ed all’operatività dell’organizzazione criminale di appartenenza, la Dna ritiene debba esprimersi un incondizionato parere favorevole all’applicazione del regime detentivo speciale previsto dall’art. 41 bis, nei confronti del detenuto Giuseppe Sicilia;
Alla luce di questi elementi, che attestano l’inserimento di Giuseppe Sicilia nell’ambito del sodalizio criminoso di appartenenza in modo radicale e con ruolo di responsabilità, deve ritenersi costante, anche per l’assenza di ogni elemento in senso contrario, il suo collegamento con la parte dell’organizzazione operante all’esterno del carcere, collegamento che non è venuto meno per il solo fatto della detenzione.
Che, in ragione della particolare posizione di responsabilità rivestita dalla detenuta nell’ambito della organizzazione di appartenenza e del credito dalla stessa posseduto, può fondatamente considerarsi tuttora sussistente il legame con la medesima ed il ruolo rivestito all’interno di questa; che la predetta associazione è tuttora operante sul territorio e dedita alla commissione di gravi delitti che pregiudicano l’ordine e la sicurezza pubblica”.




