Il patto tra il boss e l’imprenditore di Favara: 600 euro per ogni mille litri di olio esausto prelevato
Secondo l’accusa il capomafia avrebbe garantito il monopolio sul territorio di Niscemi imponendo ai commercianti di stipulare contratti con la ditta di Favara
Seicento euro per ogni mille litri di olio esausto prelevato, da aggiungere ad una somma pari a non meno di 40 euro per ogni contratto stipulato, in cambio della garanzia di operare sul territorio in totale regime di monopolio grazie alla forza intimidatrice di Cosa nostra. Sarebbe stato questo il patto stretto dal boss Alberto Musto, capo indiscusso di Cosa nostra a Niscemi e al vertice del mandamento di Gela, e l’imprenditore favarese Francesco Pullara, titolare di una ditta di smaltimento di rifiuti. Ne sono convinti i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, guidati dal procuratore Salvatore De Luca, che hanno coordinato l’inchiesta “Mondo opposto 2”, l’operazione che all’alba ha portato all’arresto di trentacinque persone. Il gip Graziella Luparello ha disposto i domiciliari per Pullara, indagato adesso per concorso esterno in associazione mafiosa e illecita concorrenza. Le stesse accuse sono rivolte ad un altro favarese di 38 anni, dipendente dell’imprenditore, non raggiunto però da alcuna misura cautelare. Il giudice ha disposto inoltre il sequestro dell’azienda favarese Think Green. (CHI SONO GLI ARRESTATI)
I fatti al centro dell’inchiesta risalgono al 2022. Per i magistrati antimafia l’imprenditore di Favara avrebbe messo la ditta a disposizione dei fratelli Musto instaurando così un rapporto di reciproci vantaggi: il boss avrebbe imposto ai titolari di bar, panifici, ristoranti e pescherie di sottoscrivere contratti con l’azienda favarese e garantire così a quest’ultima di agire in totale monopolio; l’imprenditore, in cambio, avrebbe versato all’organizzazione mafiosa la corresponsione di una percentuale sui profitti calcolata in 600 euro per ogni mille metri di olio esausto prelevato e una somma non inferiore a 40 euro per ogni contratto stipulato. Dagli atti dell’inchiesta emerge come almeno dieci commercianti siano stati obbligati a rescindere vecchi contratti e stipularne di nuovi con la ditta di Favara.
Un connubio criminoso – così come descritto dalla Direzione distrettuale antimafia – che però si sarebbe interrotto da lì a poco a causa di contrasti sorti tra il boss e l’imprenditore. Il motivo, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe da ricondurre all’iniziativa del favarese di prelevare, tramite propri incaricati, olio esausto dai commercianti niscemesi senza la preventiva autorizzazione dei vertici di Cosa nostra. Un affronto che non poteva passare. Il 13 marzo 2022 il fratello del capomafia chiama uno dei dipendenti dell’imprenditore: “Ma voi siete venuti qui ultimamente? [..]eravamo rimasti che ogni volta che salivate ce lo facevate sapere.. qua invece, l’altra volta, tutte le attività alle quali avevamo fatto i contratti ci hanno detto che eravate già passati…ah senza farci sapere niente..” Il 22 marzo successivo è lo stesso boss ad alzare la cornetta e chiamare il dipendente. Il monito è eloquente: “Forse Francesco ha confuso la mia persona con qualcun’altra, no! questo è giusto che lui lo sappia”. Dopo la rottura del patto la ditta favarese, annotano gli investigatori, ha smesso di lavorare a Niscemi.

