Referendum, a tu per tu con il Senatore Nicola Irto: “Non è una riforma utile ai cittadini”
Il senatore Nicola Irto è uno dei volti più rappresentativi della nuova generazione parlamentare. Rogero Fiorentino lo ha incontrato in questa vigilia referendaria per capire le ragioni profonde di chi dice "No"
di Rogero Fiorentino
Nicola Irto, calabrese, classe 1982, è uno dei volti più rappresentativi della nuova generazione parlamentare. Già Presidente del Consiglio Regionale della Calabria a soli 32 anni, oggi siede in Senato tra i Dem dove si è distinto per una strenua difesa delle prerogative costituzionali e per un’attenzione costante ai temi del Mezzogiorno. Segretario regionale del suo partito in Calabria, Irto incarna l’ala riformista che guarda con sospetto a una riforma della giustizia giudicata da alcuni punitiva verso la magistratura e pericolosa per l’equilibrio tra i poteri dello Stato. In questa vigilia referendaria, lo abbiamo incontrato per capire le ragioni profonde di chi dice “No”.
Senatore Irto, lei è un convinto sostenitore del “No” alla riforma sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo. Considerata la fortissima polarizzazione, le chiedo un atto di sincerità: avrebbe sostenuto questa battaglia con la stessa fermezza anche se non fosse stato un parlamentare, ma un semplice cittadino o un giurista?
“Sì, anche in altra veste avrei sostenuto la battaglia per il No con la stessa fermezza. La mia posizione proviene da un’analisi matura, non dal mio ruolo politico. Questa riforma va ad alterare un equilibrio molto delicato su cui si regge la nostra democrazia costituzionale. L’indipendenza della magistratura e l’unità della sua funzione sono e devono restare garanzie assolute per tutti. Le riforme della giustizia devono migliorare il sistema, non piegarlo alla volontà di un potere o alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato“.
Una delle voci più autorevoli della nostra cultura giuridica, il Professor Gustavo Zagrebelsky, sta conducendo una battaglia serrata definendo questa riforma una “rottura dell’equilibrio costituzionale”. Non teme però che questo richiamo così alto ai princìpi fatichi a fare breccia in un elettorato che, di fronte ai problemi della giustizia e al sentiment verso i giudici, cerca soluzioni drastiche anche a costo di sacrificare l’architettura della Carta?
“Capisco il rischio che indica. Quando la giustizia non funziona come dovrebbe, cresce una domanda di cambiamento, talvolta anche radicale. Però dobbiamo essere onesti e non ammettere scorciatoie che toccano gli equilibri della Costituzione e rischiano di aggravare i problemi. Il richiamo ai princìpi non è un esercizio accademico, è una difesa giusta dei diritti dei cittadini. Se si altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato, si indeboliscono le garanzie per tutti, soprattutto per chi è più esposto. Il punto, quindi, non è scegliere tra princìpi e soluzioni ma spiegare che questa riforma non dà risposte ai problemi reali. Difatti non riduce i R: “Capisco il rischio che indica. Quando la giustizia non funziona come dovrebbe, cresce una domanda di cambiamento, talvolta anche radicale. Però dobbiamo essere onesti e non ammettere scorciatoie che toccano gli equilibri della Costituzione e rischiano di aggravare i problemi. Il richiamo ai princìpi non è un esercizio accademico, è una difesa giusta dei diritti dei cittadini. Se si altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato, si indeboliscono le garanzie per tutti, soprattutto per chi è più esposto. Il punto, quindi, non è scegliere tra princìpi e soluzioni ma spiegare che questa riforma non dà risposte ai problemi reali. Difatti non riduce i tempi dei processi, non migliora l’organizzazione, non aiuta chi aspetta giustizia. Io penso che gli italiani siano molto più consapevoli di quanto si creda. Se si spiegano le cose con chiarezza, rispetto e senza slogan, capiscono che difendere l’equilibrio costituzionale significa salvaguardare la democrazia”.
In queste settimane abbiamo visto piazze piene di bandiere e militanti. In un’epoca di politica fredda e digitale, non intravede in questo referendum una preziosa occasione per riscoprire quella “tenerezza della politica” fatta di partecipazione fisica e percorsi condivisi, che forse si era un po’ smarrita specie nel suo partito?
“Considero le piazze e la militanza un segnale importante. In un tempo in cui la politica rischia di ridursi a comunicazione veloce, sbrigativa e spesso superficiale, tornare nelle piazze, parlare con le persone e confrontarsi dal vivo ha un grande valore. Però non basta la presenza fisica. Quella ‘tenerezza della politica’ di cui lei parla esiste se ci sono ascolto, rispetto e la volontà di spiegare, prima che di convincere. Da questo punto di vista, il referendum costituzionale di domenica è un’occasione, in quanto ci costringe a uscire dalle semplificazioni e a entrare nel merito. Anche per il Partito democratico è un momento utile. Ci aiuta a ricostruire un rapporto più diretto con le persone, a rimettere al centro una politica fatta di comunità, di confronto vero, di responsabilità. È da qui che si può ripartire, dalla relazione con l’altro”.
L’ex Presidente del Senato Pietro Grasso ha definito questa riforma “ipocrita, inutile, dannosa e costosa”. Ci spiegherebbe perché, dal suo punto di osservazione, il testo nasconderebbe insidie così gravi?
“Condivido il giudizio del presidente Grasso, che fotografa bene la natura di questa riforma. Si tratta di una riforma ipocrita, per come presentata. Si dice ai cittadini che servirà a far funzionare meglio la giustizia, ma non interviene sui problemi che tutti conoscono, a partire dai tempi dei processi e dalla carenza di personale. La riforma è anche inutile, perché non migliora il servizio. Chi aspetta una sentenza, chi subisce un’ingiustizia, non vedrà alcun beneficio pratico da queste modifiche. Inoltre, non c’è una risposta all’arretrato, non c’è un investimento sull’organizzazione e manca una visione per rendere più efficiente il sistema. Ancora, la riforma è dannosa perché tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Separare le carriere in questo modo significa indebolire una cultura comune della giurisdizione e aprire spazi che possono rendere il pubblico ministero più esposto a pressioni, anche gravi. E questo, alla lunga, incide sulle garanzie dei cittadini. Infine, la riforma è costosa perché introduce nuovi meccanismi e nuovi organismi senza produrre risultati. Insomma, si spendono risorse ma non si risolvono i problemi”.
Una recente analisi di Giovanni Bianconi evidenzia che la riforma separa le carriere ma poi istituisce un’Alta Corte che le riunifica nei giudizi disciplinari. Se il testo è così fragile tecnicamente, perché non avete incalzato la maggioranza con una controriforma organica invece di limitarvi a un “semplice” No.
“Lei richiama una delle criticità più evidenti di questa riforma: si proclama una separazione netta ma di fatto si introduce un meccanismo che la contraddice. Perché parla di “semplice No”, con riguardo alla nostra posizione? Se una riforma è sbagliata nell’impostazione, il primo atto di responsabilità è fermarla. Ciò detto, il Partito democratico non si è limitato a dire No. Abbiamo invece proposto di intervenire sui tempi della giustizia, di rafforzare gli organici, di migliorare l’organizzazione, di rendere più trasparenti e meritocratiche le nomine e di ridurre il peso delle correnti. Su questi terreni si misura una riforma utile ai cittadini. Una controriforma organica si può e si deve costruire. Ma con onestà, attraverso un confronto ampio e non con una forzatura referendaria”.
Senatore, l’ex Presidente della Camera Luciano Violante suggerisce una riflessione: il problema non è tanto dividere le carriere, ma evitare che il Pubblico Ministero diventi un ‘super-poliziotto’ isolato dal giudice. Non crede che il limite della vostra posizione sia quello di dire solo ‘No’, senza offrire ai cittadini – anche idealmente per il futuro – un modello alternativo che separi le funzioni ma mantenga magistrati e PM sotto la stessa cultura del diritto?
“È una riflessione di peso, che coglie il rischio concreto di isolare il pubblico ministero e di alterare l’equilibrio della giurisdizione. Proprio per questo riteniamo sbagliata la riforma. Ma non è vero che ci limitiamo a dire No. Bisogna distinguere le funzioni, non separare le carriere. Ciò significa definire le differenze operative tra accusa e giudice, evitando però di spezzare quella cultura comune della giurisdizione che è una garanzia per i cittadini. Se il pubblico ministero viene separato rigidamente, il rischio è che perda quel riferimento alla funzione giurisdizionale e si avvicini troppo a una logica di parte. È esattamente ciò che vogliamo evitare. L’equilibrio si mantiene se il pm rimane nello stesso orizzonte di garanzie e di cultura del diritto del giudice. Il punto, dunque, non è conservare l’esistente ma è migliorarlo. No a questa riforma e Sì a un percorso serio che rafforzi le funzioni, le responsabilità e la qualità della giustizia, senza creare nuovi squilibri”.
Luca Palamara ha sostenuto, nell’intervista che l’ha preceduta, che il “No” sia l’ultimo alibi per un sistema di potere che si auto-assolve. Come risponde a chi sospetta che la vostra opposizione serva in realtà a proteggere quel “recinto corporativo” che ha impedito per anni ogni vera assunzione di responsabilità?
“Respingo questa lettura. Dire No a una riforma sbagliata non è difendere l’esistente. Significa, invece, evitare un errore che rischia di peggiorare la situazione. Il correntismo e le degenerazioni ci sono state e vanno affrontate senza ambiguità. Ma la riforma non le risolve. Noi non difendiamo alcun recinto. Difendiamo un principio: le riforme devono essere utili ai cittadini. E questa non lo è. Le responsabilità vanno accertate e superate con regole nuove, trasparenti, non con interventi che cambiano l’equilibrio dei poteri senza incidere sui problemi reali”.
È davvero difficile negare che l’attuale sistema non abbia protetto la magistratura dalle degenerazioni delle correnti. Qual è la vostra proposta alternativa per scardinare il correntismo anche se dovesse prevalere il No?
“È un problema che non neghiamo affatto. La risposta è intervenire dove serve: sulle regole del Csm, sui criteri di nomina, sulla trasparenza. Bisogna ridurre il peso delle correnti introducendo criteri oggettivi per gli incarichi, rafforzare la responsabilità disciplinare, limitare i meccanismi che alimentano logiche di appartenenza. Occorre più merito, più trasparenza e meno opacità. Sono necessari interventi concreti; separare le carriere non incide su questi aspetti“.
Il fatto che un simbolo come Antonio Di Pietro si sia schierato per il “Sì” crea un corto circuito narrativo. Non teme che la vostra battaglia venga percepita come più “conservatrice” di quella di chi, un tempo, veniva considerato il paladino assoluto della legalità?
“Non lo temo, perché il giudizio su una riforma non può dipendere dai simboli ma dipende dai contenuti. La nostra posizione nasce dalla coscienza che questa riforma non migliora la giustizia e comporta rischi rispetto all’equilibrio tra i poteri. Si possono avere storie diverse e si può arrivare a conclusioni differenti. Il punto è essere coerenti con ciò che serve al Paese oggi. E oggi c’è bisogno di una giustizia più efficiente e più giusta, non di una riforma che sposta l’attenzione altrove”.
Simona Sparaco ha raccontato il dramma di suo padre, un innocente rovinato da un PM. Non teme che il No venga inteso come un gesto di indifferenza verso chi chiede una distinzione netta tra chi accusa e chi giudica per evitare nuovi casi di malagiustizia?
“È un dolore da ascoltare e comprendere. Ma dobbiamo dire la verità, anzitutto per rispetto delle vittime di ingiustizia: questa riforma non impedisce gli errori giudiziari. La distinzione tra accusa e giudice esiste già nelle funzioni. Il problema è garantire qualità, controlli e responsabilità. Servono strumenti per ridurre gli errori, non interventi che cambiano l’assetto della Costituzione senza incidere su questi aspetti. Dire No non è essere indifferenti. È invece pretendere riforme giuste ed efficaci nell’interesse generale“.
Senatore Irto, il PD sta portando avanti anche la tesi del “No femminista” sostenendo che la riforma indebolirebbe la tutela delle donne. Eppure, una figura storica di area come Anna Paola Concia si è schierata per il “Sì” proprio in nome – a suo dire – della meritocrazia e contro il sistema delle correnti che penalizzerebbe le magistrate. Usare la questione di genere per una battaglia costituzionale non rischia di essere un’arma spuntata che finisce solo per mettere a nudo le vostre divisioni interne?
“Il tema della parità non può essere usato in modo strumentale, da nessuna parte. La questione di fondo è che questa riforma non migliora la meritocrazia né affronta le disuguaglianze. Se nella magistratura ci sono ostacoli per le donne, vanno rimossi con interventi mirati: trasparenza nelle nomine, criteri oggettivi, equilibrio nelle carriere. Non con una riforma che agisce su un piano diverso. Nel Partito democratico c’è confronto, ed è un valore innegabile. E nel merito la posizione è limpida: questa riforma non è la risposta alla domanda di cambiamento”.
Una personalità come Giovanni Fiandaca, ex componente del CSM, ha dichiarato di considerare sbagliata la ricorrente tendenza della magistratura a contrastare, nel ruolo improprio di soggetto politico-mediatico, progetti di riforma della giustizia che tendono a modificare l’assetto esistente, come se fosse leso lo spirito della Costituzione del 1948. E’ d’accordo?
“Credo che ogni istituzione debba restare nel proprio perimetro. Anche la magistratura deve evitare di apparire come un soggetto politico. Questo è un punto giusto. Nel contempo, però, non si può ridurre il tema a una contrapposizione. Le riforme della giustizia devono nascere da un confronto maturo e rispettoso tra istituzioni, senza forzature e logiche di scontro. Il problema non è chi interviene nel dibattito, ma è la qualità delle riforme. E qui torniamo al punto: questa non è una buona riforma”.
I cambiamenti non sono mai esenti da qualche rischio. Scansando il politichese cosa pensa dei tanti togati, come i ’50 magistrati per il si’, che pubblicamente e convintamente si sono schierati per il Si al referendum?
Penso che sia legittimo. È un segno di pluralismo e di libertà di opinione che va rispettato. Detto questo, una riforma costituzionale non si valuta in base a chi la sostiene, ma per gli effetti che produce. E qui il mio giudizio è sempre critico. Il cambiamento serve, nessuno lo nega. Ma deve essere utile, coerente e in grado di migliorare la giustizia. Questa riforma, ripeto, non lo fa”.
Grazie.
“Grazie a lei”.





