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Sicilia in cerca di aiuto: le cose da fare per il neo presidente Musumeci

Quale Sicilia governerà il nuovo presidente? Tre le parole chiave, con le quali dovrebbero immediatamente confrontarsi i nuovi amministratori: povertà, occupazione e rete viaria. Basta dare un’occhiata ai dati dell’Istituto nazionale di statistica, per farsi un’idea. L’Isola ha il primato in Italia quanto a indigenti. Secondo l’Istat 4 persone su 10 sono a rischio di […]

Pubblicato 8 anni fa

Quale Sicilia governerà il nuovo presidente?

Tre le parole chiave, con le quali dovrebbero immediatamente confrontarsi i nuovi amministratori: povertà, occupazione e rete viaria.

Basta dare un’occhiata ai dati dell’Istituto nazionale di statistica, per farsi un’idea. L’Isola ha il primato in Italia quanto a indigenti. Secondo l’Istat 4 persone su 10 sono a rischio di povertà ed il 72% dei lavoratori non riesce a raggiungere il 40% del reddito medio regionale. Sempre secondo l’istituto nazionale di statistica, la Sicilia è la seconda regione italiana per disoccupazione giovanile (nel 2016 si è toccato il picco del 57%) ed ha un totale di disoccupati del 22% (a Bolzano, per fare un esempio, non si arriva ai quattro punti percentuali). I dati non migliorano in tema di rete viaria: altissimo il numero di incidenti stradali (nel 2016 la stima Istat è di  11.067 incidenti con un totale di 16.601 feriti e di 192 morti).

Una regione che, sebbene resti ago della bilancia dell’andamento politico nazionale, di fatto, dalla politica nazionale è stata notoriamente dimenticata. Da sempre.

In Sicilia manca l’essenziale. Il pane sulle tavole di molti, delle strade sicure, un’occupazione dignitosa per i giovani (molti dei quali laureati) e per chi giovane non è più. Lo dicono i dati, che hanno un rigore doppio rispetto alle parole.

Il nuovo governatore Nello Musumeci, riuscirà a superare la stasi, che da decenni, blocca il sistema Sicilia?

Nell’era Cuffaro, si dice, vigesse il “vivi e lascia vivere”. Grandi assunzioni e nessuna risoluzione per il buon vivere quotidiano. Fu poi la volta di Raffaele Lombardo. L’autonomista serioso, che lanciava moniti in campagna elettorale e che poi, una volta eletto, nulla riuscì a fare se non raccogliere i cocci dell’eredità pesante (ed anche una serie di guai giudiziari. E’ stato condannato a due anni per voto di scambio).

Ci fu poi la svolta: Rosario Crocetta. La Sicilia che finalmente prese coraggio e votò un volto dell’antimafia. Doveva essere un governo rivoluzionario e fu invece più reazionario degli altri.

Oggi tocca a Sebastiano, detto Nello, Musumeci di Militello in Val di Catania (il paese natìo anche di Pippo Baudo). In Musumeci si sono armonizzate due contingenze: la faccia pulita (il nuovo governatore non ha mai avuto né guai, né cavilli con la giustizia. E’ un rispettabilissimo politico di vecchio corso, che a Catania, dove è stato due volte presidente della Provincia, ha avuto modo di farsi voler bene) e l’ancien regime (che in Sicilia ha sempre il suo effetto).

Sul carro di Musumeci è salito tutto il centro destra, lo stesso che per anni si è fatto la guerra, ha divorziato, salvo poi tornare a innamorarsi in nome del patto dell’arancino. Ed è così che Berlusconi, la Meloni, Salvini ripartono dalla Sicilia ed in Sicilia vincono, con buona pace di chi inneggiava al cambiamento.

Non dimentichiamo che l’astensionismo alle stelle non rende chiare le idee dei siciliani. A votare è andata meno della metà degli aventi diritto ed il nuovo presidente è espressione della volontà di un siciliano su dieci. A urne chiuse e conti fatti, però, i risultati sono chiari: torna in auge Berlusconi e il suo alfiere siciliano Miccichè (a Messina c’è stato un plebiscito per il ventunenne e chiacchieratissimo Luigi Genovese, oltre 13.000 preferenze per lui).

Rimettono le mani in pasta alcuni uomini di vecchia politica, debitamente installati nel listino di Musumeci (Di Mauro, la Savarino, lo stesso Miccichè), financo Salvini, con una ruffianeria dell’ultima ora, toglie il Nord dal nome del suo partito.

C’è anche la disfatta del Pd, con il povero rettore Fabrizio Micari, che, in zona Cesarini fa da ruota di scorta a Grasso che rifiuta la candidatura. I renziani hanno fatto i conti male. Financo Orlando, che proponeva (secondo alcuni imponeva) il suo pupillo, a Palermo si vede sconfitto a vantaggio dei grillini di Cancelleri. I pentastellati nel capoluogo siciliano hanno avuto il merito di riempire le piazze di gente, slogan e bandiere, portando a casa il bottino.

Per Angelino Alfano una vera e propria Caporetto, la sua Alternativa popolare, al momento non supera neppure lo sbarramento. Va bene a Claudio Fava, che supera la soglia e consente alla sinistra alternativa di tornare in Ars dopo oltre un decennio.

 

I settanta, che si insedieranno nei prossimi giorni in sala d’Ercole, dovrebbero dare un’occhiata agli “scarni” dati di cui stiamo parlando. Tanto basterebbe a mettere da parte le proverbiali beghe e gli inciucini di quint’ordine.

Finirà come tutte le altre volte? Con l’Ars schiaffata nei tg per brutte storie di privilegi, regalie e nomine privilegiate a suon di migliaia di euro?

Speriamo di no, anche perché peggio di così la Sicilia non potrebbe andare.

Giusto un paio di esempi che fotografano l’isola: da anni, per arrivare dal capoluogo ad Agrigento si deve affrontare un pellegrinaggio tra semafori, lavori in corso e strada a una corsia per senso di marcia. Tra una cosa e un’altra ci scappa l’incidente e il morto e l’altro morto ancora. Per non parlare dei collegamenti tra Agrigento e Catania.

Ed ancora, l’autostrada Messina-Palermo? Una delle più pericolose d’Italia.

Gli aeroporti? Ce ne vorrebbe almeno un altro.

La vita nei piccoli comuni? Sempre più languida, con le saracinesche chiuse e le fuga in massa verso il nord.

La scuola pubblica? Un esempio, a Casteltermini, nell’agrigentino, per mesi gli scolari delle elementari si sono avvicendati, a giorni alterni, per i lavori in corso ad uno dei due plessi. Si potrebbe proseguire ancora a lungo, ma ci fermiamo qui.

Speriamo che con il nuovo corso inizi anche una nuova vita per l’isola delle meraviglie, che di meraviglioso, ahinoi, rischia di avere ben poco.

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