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Le mine vaganti di Ferzan Ozpetek esplodono ad Agrigento

Il pubblico ha tributato festosi applausi  a questa versione teatrale leggera, moderna, spiritosa e paradossale.

Pubblicato 3 giorni fa

Se con il film del 2010 Ferzan Ozpetek disseminava di mine la Lecce salentina e “virile” della Sacra corona unita in una Italia sperduta nei  “fatti vostri e loro”, con questa versione teatrale il regista turco naturalizzato italiano sembra lanciare “bombe di profondità” nei ghetti bigotti e nelle conventicole esclusive che vivacchiano nelle province innocenti e corrotte.

In una intervista Ozpetek  rivela di avere  ambientato la scena teatrale a Gragnano, il napoletano borgo celebre per la pasta e i maccheroni, quasi a lanciare una accorta provocazione in quelle “virili” contrade camorristiche. 

E la scelta di Agrigento?

Di sicuro la scelta l’ha “ordita” il direttore artistico Francesco Bellomo produttore, regista teatrale e documentarista legato a paesaggi secondo l’estetica regionale, che con molto coraggio ha piazzato questa commedia  in cartellone offrendo alla Agrigento “destrorsa e monarchica”  l’opportunità di recuperare un brandello di consapevolezza dalla perduta egemonia culturale di una sinistra ormai derelitta.

Solo che a scoperchiare il siculo “vaso di Pandora” ha fatto molto meglio la cattura di Messina Denaro che sta straripando sempre più in una cupa e salutare “psicanalisi di gruppo” dove il termine “borghesia” unito all’aggettivo “mafiosa” pronunciata da diversi procuratori di repubblica, ottiene molta più audience (e incassi) della commedia “Mine vaganti” di cui Ozpetek sembra gelosissimo.

Infatti ha cortesemente avvisato la stampa che le drag queen che danzano scosciate nel finale non fossero fotografate.  Gelosia inutile perché a dare manforte alle sollecitazioni  libertarie di Ozpetek interverrà una bicamerale Antimafia che vivisezionerà quella “borghesia mafiosa”  con le sue feroci ipocrisie pan familiari e pansessuali. Ferzan, quindi, è in buona compagnia e le bombe di profondità da lui lanciate in quell’Agrigento che (a detta del procuratore Guido) ha avuto  un grande ruolo nella latitanza di Messina Denaro, faranno  il paio con le stesse ferocie familiari dei clan e delle logge facendo prevedere carambole crudeli e definitive.

La commedia di Ozpetek omonima del film “Mine vaganti” accentua sulle tavole del palcoscenico  e nella forma del suo linguaggio, le disfunzionalità  che si preferisce nascondere dietro i disturbi del comportamento e ne narra i sintomi attraverso le pieghe di quello che talvolta appare un feuilleton.

C’è il trionfo dell’epitome di un più ampio malessere che gli attori ben classificati nei loro profili narrano con una chiarezza che scardina gli ultimi dubbi di un pater familias d’antan, Francesco Pannofino, costretto a prendere atto di due figli omosessuali, cui fa da controcanto una dolcissima nonna d’antan come Simona Marchini che comprende, ama e solidarizza. Completano il risultato Iaia Forte, Edoardo Purgatori, Carmine Recano e Roberta Astuti, Sarah Falanga, Mimma Lovoi, Francesco Maggi, Luca Pantini, Jacopo Sorbini, scene Luigi Ferrigno, costumi Alessandro Lai, luci Pasquale Mari.

Il pubblico ha tributato festosi applausi  a questa versione teatrale leggera, moderna, spiritosa e paradossale. Un buon segno che spazza via grottesche puzze sotto il naso  e fa ben sperare nel possibile ruolo di “città della cultura”.

Foto di Diego Romeo

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