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Autoriciclaggio, imprenditore condannato a cinque anni

Il procedimento è scaturito dagli ulteriori approfondimenti svolti nel corso dell'inchiesta che portò alla luce un'evasione fiscale di diversi milioni di euro

Pubblicato 2 settimane fa

La Corte d’appello di Palermo ha confermato la sentenza con cui, il 18 marzo 2021, il Tribunale di Marsala condannò a cinque anni di carcere, per autoriciclaggio, Michele Angelo Licata, 59 anni, ex imprenditore leader in Sicilia occidentale nel settore ristorazione-alberghiero, al quale, per una maxi-evasione fiscale, nel 2015 furono sequestrati beni (ristoranti, alberghi, conti correnti, etc.) per circa 127 milioni di euro. Con l’imprenditore, due anni fa, venne condannato, per ricettazione, quasi tutto il suo nucleo familiare.

Le accuse sono state contestate dalla Procura di Marsala sulla base delle indagini svolte dalla Guardia di finanza. Il procedimento è scaturito dagli ulteriori approfondimenti svolti nel corso dell’inchiesta che portò alla luce un’evasione fiscale di diversi milioni di euro. In questo secondo procedimento, nel marzo 2021, a tre anni e 8 mesi sono state, invece, condannate la moglie dell’imprenditore, Maria Vita Abrignani, di 60 anni, e la figlia Silvia Licata, di 29. Tre anni e mezzo per un’altra figlia: Valentina, di 36 anni. Tre anni e 4 mesi, infine, per la terza figlia, Clara Maria, di 34, e per il genero, Roberto Cordaro, di 39 (marito di Valentina).

E’ stata, invece, assolta la madre di Michele Licata, Maria Pia Li Mandri. Il pm Antonella Trainito aveva invocato condanne da sei a otto anni di carcere. Per tutti i condannati, inoltre, c’è stata interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, condanna al risarcimento danni, da quantificare in sede civile, in favore delle sue ex società, attualmente sequestrate e in amministrazione giudiziaria, e soprattutto confisca “per equivalente” per 12 milioni e 375 mila euro. Adesso, la Corte d’appello ha rideterminato e revocato le confische relative ad alcuni capi d’imputazione.

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