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E’ morto Totò Riina, il “capo dei capi” di Cosa Nostra: tra stragi, papello ed ergastoli si chiude l’era dei “corleonesi”

Totò Riina, il “capo dei capi” di Cosa Nostra, il vertice di quella mafia stragista e spietata che ha lasciato dietro di se una scia di sangue lunga decenni, è’ deceduto alle 3,37 di questa notte nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, dopo il secondo intervento chirurgico nel giro di pochi giorni. Era in carcere da […]

Pubblicato 9 anni fa

Totò Riina, il “capo dei capi” di Cosa Nostra, il vertice di quella mafia stragista e spietata che ha lasciato dietro di se una scia di sangue lunga decenni, è’ deceduto alle 3,37 di questa notte nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, dopo il secondo intervento chirurgico nel giro di pochi giorni. Era in carcere da quel gennaio 1993 quando – dopo una latitanza durata 24 anni – i carabinieri del Ros guidati da Sergio De Caprio, alias “Capitan Ultimo”, lo arrestarono in una rotonda di via Bernini, dove risiedeva in un residence neanche troppo nascosto. Si chiude così un’epoca, quella dei corleonesi che – dall’inizio degli anni 70 – hanno iniziato ad imporre il loro dominio a tutto il panorama criminale. Riina era considerato ancora il capo indiscusso di Cosa Nostra e, soltanto adesso con la sua morte, si aprono scenari di successione. “U curtu” si porta nella tomba i segreti più indicibili degli ultimi 30 anni. Questa lunga lista di segreti – adesso – sono nella mani dell’unica persona ancora legata a quell’ala stragista: Matteo Messina Denaro, divenuto un fantasma nel 1993.

LA CARRIERA CRIMINALE. Riina finisce in manette già a 19 anni e viene condannato per omicidio. Detto ‘Totò u Curtu’, cresce accanto a Liggio, di cui prenderà il posto. Il 10 dicembre 1969 Riina è nel commando della strage di viale Lazio che rompe gli equilibri dell’organizzazione: il bersaglio è il boss Michele Cavataio. Riina e Liggio in questa fase sostengono Vito Ciancimino, assessore e poi sindaco di Palermo. Nel 1971 eseguono l’omicidio del procuratore capo Pietro Scaglione. Nello stesso anno Riina partecipa agli ultimi tre sequestri a scopo di estorsione realizzati da Cosa Nostra in Sicilia: le vittime sono Antonino Caruso, figlio dell’industriale Giacomo legato al democristiano Bernardo Mattarella, il figlio del costruttore Francesco Vassallo e il costruttore Luciano Cassina (il padre è vicino a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, con cui inizialmente Liggio cuce un ‘triumvirato provvisorio’). Nel 1978 Riina mette in minoranza nella ‘commissione’ Badalamenti e lo fa espellere, favorendo la successione sul trono di Cosa Nostra a un suo uomo, Michele Greco. Quest’ultimo nel 1981 manda all’aria il piano di Bontate che, minacciato nel prestigio (e nella sopravvivenza) dai Corleonesi, tenta di uccidere Riina. In quei mesi nella sola provincia palermitana i mafiosi della fazione avversaria uccisi dai Corleonesi sono oltre duecento; molti altri rimangono vittime di ‘lupara bianca’. Il massacro prosegue fino a quando, nel 1982, si insedia una nuova ‘commissione’ composta solo dai capi dei mandamenti fedeli a Riina. E’ guidata da Greco fino all’86, anno del suo arresto. Il suo posto viene poi preso da Riina.

GLI OMICIDI POLITICI. A fine anni ’70 – inizio anni ’80 Riina propone l’eliminazione degli avversari politici. Lo scopo? Proteggere gli interessi di Ciancimino. E’ la seconda guerra di mafia, e il tentativo di mediazione del futuro grande pentito Tommaso Buscetta convocato dal Sud America a Palermo è vano. A quel punto i cugini Ignazio e Nino Salvo passano dalla parte dei Corleonesi. Il 9 marzo 1979 viene ucciso il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina; il 6 gennaio 1980 è la volta del presidente di Regione Sicilia, Piersanti Mattarella; il 30 aprile 1982 tocca al segretario regionale del Pci, Pio La Torre, ‘colpevole’ di aver indicato pubblicamente Ciancimino come uomo di mafia. Riina incarica quindi i cugini Ignazio e Nino Salvo di gestire i rapporti con l’ex sindaco di Palermo Salvo Lima, europarlamentare andreottiano. Secondo le dichiarazioni dei pentiti Giulio Andreotti si sarebbe dato da fare con l’europarlamentare per cambiare in Cassazione la sentenza del maxiprocesso, che però il 30 gennaio 1992 conferma l’ergastolo al boss. A quel punto il Capo dei Capi manda un avvertimento ad Andreotti: il 12 marzo, alla vigilia delle elezioni politiche, Lima muore ammazzato. Pochi mesi dopo Riina fa uccidere Ignazio Salvo.

IL FAMOSO PAPELLO. Tra giugno e ottobre ’92, dopo l’uccisione di Lima che di fatto blocca l’elezione a presidente della Repubblica dell’ex premier, il vicecomandante dei Ros Mario Mori propone a Ciancimino una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine ai massacri. Una trappola, spiega poi Mori, per cercare di catturare qualche latitante. E’ qui che Riina risponde con il famoso papello: un documento in cui il Capo dei Capi chiede di ammorbidire le condizioni dei detenuti e delle loro famiglie, una mano più morbida verso gli indagati, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso. Anni dopo dal carcere di Opera (Milano), il 19 luglio 2009, anniversario di via d’Amelio, Riina attribuisce la Strage allo Stato e ai servizi segreti. Parte quindi l’inchiesta della magistratura sulla trattativa Stato-mafia. La trattativa avrebbe interessato Riina nella fase del famoso papello, e sarebbe poi passata al boss Bernardo Provenzano. Il 24 luglio 2012 la procura della Repubblica di Palermo chiede il rinvio a giudizio per ‘Totò ù Curto’ e altri 11 imputati, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Tra questi anche Marcello Dell’Utri, il boss Giovanni Brusca, l’alto ufficiale dei carabinieri Mori e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino per falsa testimonianza. Il 12 marzo 2012 nelle motivazioni della sentenza del processo a Francesco Tagliaviva per le stragi del 1992-1993, in merito alla trattativa tra Stato e Cosa Nostra i giudici scrivono: “Ci fu e venne quantomeno inizialmente imposta su un ‘do ut des’ (…) L’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato”.

L’ARRESTO E LA STORIA GIUDIZIARIA. Riina viene arrestato il 15 gennaio 1993. Per lui non mancano gli ergastoli: viene giudicato colpevole di decine e decine di delitti e delle stragi del 1992-1993. In particolare, nel ’95 – anno della reclusione nel supercarcere dell’Isola dell’Asinara – è condannato per gli omicidi del tenente colonnello Giuseppe Russo, dei commissari di polizia Giuseppe Montana e Antonino Cassarà e dei politici Mattarella, La Torre e Reina; nel 1996 per l’uccisione del giudice Antonio Scoppelliti, del generale e prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della squadra mobile Boris Giuliano e del professore Paolo Giaccone. Gli ergastoli per la Strage di Capaci e per l’omicidio del giudice Cesare Terranova arrivano nel 1997, mentre due anni più tardi, nel ’99, per gli attentati di Firenze, Milano e Roma. L’isolamento viene revocato nel 2001, e dal 12 marzo di quell’anno a Riina ha la possibilità di vedere altri detenuti nelle ore di libertà. Subisce un intervento chirurgico nelle primavera 2003, e a maggio viene ricoverato all’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Spostato nel carcere milanese di Opera, nel 2006 finisce all’istituto ospedaliero San Paolo sempre per problemi cardiaci, prima degli ultimi anni a Parma.

 

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