Licata

Il sequestro di 357 chili di hashish, la fuga tra i campi e l’arresto di due pescatori: i retroscena 

I retroscena del blitz della polizia con il sequestro di 357 chili di hashish a Licata e l’arresto di due pescatori. Per il giudice dietro potrebbe esserci la criminalità organizzata transnazionale

Pubblicato 2 mesi fa

Potrebbe esserci la criminalità organizzata, anche a carattere transnazionale, dietro il maxi sequestro di 357 chilogrammi di hashish effettuato lo scorso 10 dicembre in un’abitazione in contrada Santa Zita, nella periferia di Licata. È quanto ipotizza il gip del tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli, che ha convalidato l’arresto di due pescatori: Brahim Mahmoud, 36 anni, marocchino, e El Mehdi Chabab, 29 anni, tunisino. Il giudice ha disposto nei confronti dei due indagati, accusati di detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio e autoriciclaggio, la custodia cautelare in carcere. Entrambi sono difesi dagli avvocati Samantha Borsellino, Anna Salvago e Francesca Frusteri. 

Dal provvedimento di convalida emergono i retroscena della cattura dei due giovani, ufficialmente pescatori impegnati nella vendita di prodotti ittici tra le strade di Mazara del Vallo e Licata. L’input all’attività investigativa arriva da una “soffiata”. Una fonte confidenziale che indirizza la polizia sulle tracce dei due soggetti che, tra il 9 ed il 10 dicembre scorso, gravitano nei pressi di un’abitazione a pochi passi dal mare di Licata. I poliziotti, dopo aver circondato la casa, fanno irruzione e trovano l’ingente quantitativo di hashish: 357 chilogrammi nascosti in un armadio. Uno degli indagati viene immediatamente bloccato mentre il più giovane, scalzo, riesce a fuggire tra i campi che circondano la struttura. Una folle fuga proseguita in auto lungo la strada che porta a Mazara del Vallo e terminata, dopo aver speronato un’auto della polizia, con il fermo del veicolo. 

Per il giudice è verosimile che la sostanza stupefacente sequestrata – 356, 7 chili di hashish per un valore di mercato di oltre un milione di euro – sia riconducibile alla criminalità organizzata, anche transnazionale. Due gli elementi a sostegno di questa ipotesi: i sacchi che contenevano lo stupefacente riportavano scritte francesi e l’attività di pescatori, con disponibilità anche di un peschereccio in grado di attraversare il mare, degli indagati. 

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