Porto Empedocle, mentirono negando richieste di “pizzo”, chiesta condanna per 4 imprenditori
Il procutoratore generale di Palermo ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado per quattro imprenditori che furono reticenti e che, secondo l’accusa, resero “testimonianze mendaci” pur non avendo favorito la mafia, durante le loro deposizioni nel processo scaturito dall’inchista antimafia “Dna”. Nello specifico gli imprenditori coinvolti e le relative condanne subite in primo […]
Il procutoratore generale di Palermo ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado per quattro imprenditori che furono reticenti e che, secondo l’accusa, resero “testimonianze mendaci” pur non avendo favorito la mafia, durante le loro deposizioni nel processo scaturito dall’inchista antimafia “Dna”.
Nello specifico gli imprenditori coinvolti e le relative condanne subite in primo grado sono: Marcello Sguali, 45 anni (1 anno e 4 mesi), Salvatore Abate, 38 anni (1 anno e 4 mesi), il padre Biagio Abate, 63 anni (1 anno e 4 mesi), Salvatore Butera, 59 anni (2 anni).
Tutti gli imprenditori sono di Porto Empedocle furono condannati al termine del processo che si svolse col rito abbreviato. I quattro finirono sotto processo perchè, secondo le accuse, avevano ritrattato in aula quanto detto ai carabinieri in precedenza, asserendo che le rechieste di assunzione e manodopera ricevute furono solo “cortesie” e non vere e proprie imposizioni. Per l’accusa, invece, si trattava di richieste estortive prima confermate ai Militari dell’Arma e poi ritrattate al momento di testimoniare. Gli imprenditori finirono imputati per falsa testimonianza e favoreggiamento aggravati.
L’inchiesta “Dna” portò in carcere quattro presunti affiliati a Cosa nostra di Porto Empedocle e Realmonte.


