Agrigento

Blitz “Galassia”, scommesse in mano alla mafia: fermati quattro agrigentini (video intercettazioni)

Il lavoro di tre Procure, quella di Bari, Reggio Calabria e Catania, è sfociato questa mattina nell’operazione “Galassia” che ha portato al fermo di 68 persone in tutta Italia e che ipotizza la mano delle organizzazioni criminali dietro il ricchissimo business delle scommesse online. Sul versante catanese, la Guardia di Finanza ha fermato per conto […]

Pubblicato 7 anni fa

Il lavoro di tre Procure, quella di Bari, Reggio Calabria e Catania, è sfociato questa mattina nell’operazione “Galassia” che ha portato al fermo di 68 persone in tutta Italia e che ipotizza la mano delle organizzazioni criminali dietro il ricchissimo business delle scommesse online.

Sul versante catanese, la Guardia di Finanza ha fermato per conto della Procura di Catania: Anna Aurigemma, Salvatore Barretta, Orazio Bonaccorso, Antonio Chillè, Federico Di Ciò, Cristian Di Mauro, Carmelo Di Salvo, Danilo Mario Giuffrida, Simone Insanguine, Gaetano Liottasio, Amgelo Fabio Mazzerbo, Riccardo Tamiro.

Carmelo Placenti, Giuseppe Gabriele Palcenti e Vincenzo Placenti sono stati, invece, fermati dai Carabinieri del Comando provinciale di Catania e del Ros.

La Polizia ha, invece, fermato Giovanni Orazio Castiglia, Davide Cioffi, Giovanni Conte, Santo D’Agata, Gino Vincenzo D’Anna, Andrea Di Bella, Giovanni Di Pasquale, Antonino Iacono, Francesco Nania, Antonino Russo, Pietro Selvaggio, Angelo Antonio Susino e Salvatore Truglio.

Tra gli indagati, dunque  per associazione mafiosa – ci sono quattro agrigentini: Davide Schembri, 44 anni di Agrigento, già sotto indagine nell’operazione “Game Over” con l’ex re delle slot Ninì Bacchi; Pietro Salvaggio, 55 anni di Ribera; Vincenzo Gino D’Anna, 51 anni di Ribera; Angelo Fabio Mazzerbo, nato a Licata ma residente ad Acicastello. I primi tre vengono indagati dalla magistratura calabrese e catanese, ed oggi sono in stato di fermo, che cominciano l’attività di indagine anche grazie alle dichiarazioni di Mario Gennaro, arrestato nell’operazione Gambling, e divenuto collaboratore di giustizia. Secondo gli inquirenti esiste un’unica associazione a delinquere che contiene quattro  gruppi criminali: quello originario, operativo tramite le skin gestite dal siracusano Fabio Lanzafame; quello governato dai riberesi Salvaggio e D’Anna, dopo l’acquisizione di alcune skin dal Lanzafame; ed ancora quello operante tramite le skin gestite dallo Schembri, nell’ambito di pregressi rapporti commerciali con il Lanzafame; ed infine quello operante con la skin gestita dal duo Furfaro-Sergi.

 

A Davide Schembri, oggetto anche di sequestro preventivo di beni, viene contestato il reato di 416 bis con il ruolo di promotore. Secondo le accuse l’agrigentino, già proprietario della Goldbet ad Agrigento, avrebbe gestito una serie di società estere (tra cui l’austriaca BD Group Gmbh) prive di concessione nazionale, che avevano la titolarità di siti internet tra cui “Sportbet75.net” attraverso cui esercitava sul territorio dello Stato la raccolta di puntate su giochi e scommesse ma anche il sito internet “www.dominobet.it”, munito di concessione Gad nazionale, utilizzato secondo gli inquirenti per occultare la parallela raccolta di giochi e scommesse.

A Gino Vincenzo D’Anna, responsabile tecnico – finanziario della rete “.com” e Pietro Salvaggio, socio di Fabio Lanzafame, responsabile per la Sicilia occidentale della rete di siti “.com”,  viene di essere  nella provincia di Agrigento la longa manus di Lanzafame, promotore dell’organizzazione.

IL SISTEMA. Il sistema era semplice e apparentemente legale. Alla base ci sono i centri scommesse, che si dividono in centri di trasmissione dati o punti vendita ricariche. Una differenza solo formale per i clan che hanno interesse nel gioco on line, perché per loro si tratta solo di uno schermo giuridico fittizio dietro cui celare la raccolta illegale di denaro. Da norma, Ctd e Pvr mettono a disposizione del giocatore gli strumenti e i canali informatici necessari per raggiungere la piattaforma aziendale gestita all’estero, ossia devono limitarsi a svolgere una mera attività di agevolazione del contatto commerciale tra il cliente ed i ‘bookmaker’, concessionari esteri, senza avere alcuna possibilità di influenza o intervento sulla scommessa. Insomma, sono una sorta di internet point. Nel mondo del betting targato ‘ndrangheta le cose funzionano in modo differente. Le scommesse si pagano in contanti (e non si può) al singolo centro, che a sua volta apre un fido con conseguenti successive compensazioni delle poste di ‘dare’ ed ‘avere’ (con cadenza mensile, trimestrale o semestrale), a seconda delle vincite accumulate dalla clientela. I siti su cui i giocatori scommettono poi sono totalmente sconosciuti all’Aams, dunque di quel denaro lo Stato (e il Fisco) non hanno traccia alcuna. A gestire i punti scommesse erano i master, uomini di ‘ndrangheta o a loro collegati, spesso con una serie di intermediari. Ciascuno dei componenti della rete vantava dei profitti in percentuale sul totale del giocato; sicché, prima di essere trasferiti all’estero, agli utili derivanti dalla raccolta (al netto delle vincite dei giocatori) erano sottratte le provvigioni spettanti a ciascuno. Talvolta i ‘master’ finanziavano una quota parte delle scommesse condividendo con il ‘bookmaker’ il rischio d’impresa connesso all’andamento delle attività, così partecipando alle vincite e alle perdite nella percentuale pattuita, con il cosiddetto co-banco. Di fatto, si tratta di una società (illecita) tra il ‘bookmaker’ ed il ‘master’, che condividono i rischi economici connessi alla gestione del servizio e che vi conferiscono il primo, il sistema gestionale in remoto ed il secondo, la rete commerciale dedita alla diffusione del prodotto. Il soggetto gerente il servizio dunque non è l’apparente concessionario, ma la società di fatto, che utilizza quella concessione per esercitare l’attività di gestione e raccolta dei giochi e delle scommesse. E tutto questo – perché si tratta di cessione di una concessione – è totalmente illegale.

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