Agrigento, Teatro Pirandello: siamo tutti Gengè Moscarda, un esempio di vita che sconfigge la forma

Diego Romeo

Agrigento

Agrigento, Teatro Pirandello: siamo tutti Gengè Moscarda, un esempio di vita che sconfigge la forma

di Diego Romeo
Pubblicato il Dic 7, 2018
Agrigento, Teatro Pirandello: siamo tutti Gengè Moscarda, un esempio di vita che sconfigge la forma

Dopo appena un anno dalla prima, ritorna ad Agrigento “Uno nessuno centomila” con Enrico Lo Verso fresco di attribuzione del” Premio Enriquez”.

E’ l’unica novità insieme al successo che ha arriso a questo atto unico estremamente impegnativo per l’attore e per la soluzione francescana della vicenda. Chi ha il coraggio della testimonianza potrebbe gridare  “noi siamo Gegè”.

Oggi il nostro “essere” è Vitangelo Moscarda di “Uno nessuno e centomila”, il romanzo pirandelliano che al suo uscire in volume nessuno prese sul serio e, ci dicono le cronache, dovette aspettare trent’anni per il suo doveroso riconoscimento.

Oggi invece, il Vitangelo portato sulla scena del Teatro Pirandello, nell’Italia del “sovranismo psichico” (dice il Censis) da Enrico Lo Verso, ha riscosso immediati applausi e consensi, come altrove è avvenuto.

Una bella soddisfazione per don Luigi , visto che lo stesso scrittore diceva ai familiari “Vado spesso in teatro, e mi diverto e me la rido in veder la scena italiana caduta tanto in basso, e fatta sgualdrinella isterica e noiosa“.

Allusione alle nostre stagioni teatrali è puramente casuale. Ma non proprio casuale è la definizione che lo stesso Pirandello diede del suo romanzo: “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. E allora perché “piace” (per usare un termine sbrigativo alla facebook) questo Vitangelo Moscarda di “Uno nessuno centomila” nella riduzione che ne ha fatto la regista Alessandra Pizzi?

Certo sono molti i segnali che provengono anche da lavori teatrali meno importanti e cioè che ormai siamo di fronte ad una vera fabbrica dell’interpretazione teatrale. Gli spettacoli si fondano sempre più sulla figura e la competenza tecnica dei protagonisti piuttosto che sulla regia o sul testo, anche se qui il testo, alla fine, si fa assaporare per le sue giovanili ventate di echi buddisti, dove l’“èlan vital”  bergsoniano asseconda l’innato vitalismo pirandelliano che sorregge l’azione di Vitangelo nel riconquistare la Vita per sconfiggere la forma, dichiarando: ”La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”.

Presente dietro le quinte, Dida, la moglie “scassacazzi” di Vitangelo senza la quale (“Ma si, caro, il naso ti pende verso destra”) non avremmo avuto la rivoluzione personale di “GengèMoscarda e l’amica del cuore Anna Rosa che seduce prima il protagonista e poi gli spara da perfetta dark lady.

Così ci racconta Vitangelo , come fa  il protagonista (William Holden) già morto nella  piscina di “Viale del tramonto”.

Perfettamente allusiva la scenografia e il costume dell’ex banchiere usuraio Mostarda che fin dall’inizio ci appare incapsulato in una bianca camicia di forza senza legacci, quasi un seguace di “al Baghdadi” guerriero-kamikaze della ”Forma” che poi sconfiggerà ad un prezzo altissimo, donando se stesso e i suoi beni come fece Francesco figlio di Pietro Bernardone di Assisi.

Un attore coraggioso,  Enrico Lo Verso,  che per oltre sessanta minuti si è incaricato di un monologo spossante assumendosi in toto la responsabilità artistica della vita teatrale di un testo.
Non si tratta di un personaggio in cerca d’autore ma di un attore che destina se stesso a farsi personaggio in quella commedia a oltranza che è la vita per chi cerca di “essere” nel rappresentare. Un esempio di “trasformismo vitale” che dovrebbe pur dire qualcosa ai trasformisti della politica.


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