Armi clandestine, indagato accusa consulente della polizia giudiziaria: “L’ha modificata lui”
I tre indagati sono stati scarcerati dal giudice che ha applicato l’obbligo di dimora. Uno di loro però accusa il consulente della polizia giudiziaria che è lo stesso da cui aveva comprato l’arma
Sussistono i gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati per la detenzione di armi clandestine ma comunque sempre ad aria compressa e non particolarmente offensive. Il gip del tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli, ha convalidato il provvedimento nei confronti di tre indagati arrestati lo scorso 17 marzo a margine di alcune perquisizioni eseguite dalla Guardia di Finanza. Il giudice, tuttavia, ha scarcerato i tre applicando una misura cautelare meno afflittiva quale l’obbligo di dimora nel comune di residenza.
Si tratta di Gaetano Marotta, 73 anni, di Favara (difeso dall’avvocato Salvatore Virgone); Francesco La China, 75 anni, di Siculiana (difeso dagli avvocati Paolo Gagliano e Salvatore Buggea); Giuseppe Miccichè, 67 anni, di Favara (difeso dall’avvocato Angelo Nicotra). I tre sono stati arrestati lo scorso 17 marzo dalla Guardia di finanza con l’accusa di detenzione di armi clandestine. In particolare, durante le perquisizioni, sono state rinvenute delle carabine modificate in grado di sparare proiettili con energia cinetica superiore a 7,5 joule, il limite entro il quale un’arma di questo tipo diventa poi comune da sparo e, non essendo di conseguenza dichiarata, anche clandestina. L’indagine, coordinata dal pm Alessia Battaglia, è una “costola” di una più ampia attività investigativa che si concentra sulla vendita di armi.
Un aspetto quantomeno “peculiare” emerge però dall’interrogatorio di garanzia di uno degli indagati. L’uomo, rispondendo al gip, ha dichiarato che la carabina in suo possesso fosse stata modificata, su sua richiesta, da chi gliel’aveva venduta. Il fatto curioso è che quest’ultimo è stato nominato “ausiliario” dalla polizia giudiziaria proprio in qualità di specialista chiamato ad eseguire alcuni accertamenti. La circostanza è stata così affrontata dallo stesso giudice: “Appare evidente, in effetti, che ove tale circostanza risulti vera nel prosieguo, il suddetto ausiliario acquisirebbe certamente, quanto meno, la qualità di coindagato per una analoga fattispecie di reato se non addirittura di quella più grave. Tale circostanza è però, da un lato tutta da provare e, dall’altro, è emersa solo in sede di convalida e senza che la polizia giudiziaria ne abbia avuto alcuna notizia precedente. Per cui – sottolinea il giudice – non si raffigura alcuna inutilizzabilità di tali accertamenti”. Infine il gip scrive: “Tutto ciò tenuto conto anche della evidente deduzione logica che qualora sia stato proprio l’ausiliario a modificare le armi in questioni appare verosimile che lo stesso aveva tutto l’interesse a dichiarare che le armi erano conformi alla Legge piuttosto che a fare emergere una loro non conformità”.




